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Crisi d’impresa, rischio ridotto con gli indici di allerta Cndcec

Si ridimensiona il rischio di allerta allargata per le imprese in difficoltà: sarà un sistema gerarchico di indici a definire l’esistenza della crisi. È quanto emerge dalla bozza del documento sugli indici di allerta previsti dal nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Ccii), redatti dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, e di cui ItaliaOggi Sette è in possesso (e disponibile sul sito www.italiaoggi.it).

C’è, quindi, un dato che può tranquillizzare gli operatori o restringere la portata dell’innovazione legislativa. L’esame svolto dal Cndcec infatti si è basato sul campione di aziende che hanno manifestato già elementi di insolvenza e non di crisi. La ragione di tale scelta deriva dal fatto che secondo il Cndcec il sistema di allerta previsto dal nuovo Ccii dovrebbe condurre a un numero di segnalazioni in linea con le probabilità di default storicamente accertate. Un ragionamento prudenziale e cautelativo comprensibile soprattutto in una prima fase di attuazione del nuovo sistema di allerta appena introdotto dal Ccii. Tuttavia nel cluster di imprese sottoposte a esame mancano, così, tutte quelle imprese, magari anche virtuose ma che si sono trovate a rischio di default, che hanno attivato un piano di risanamento e superato la crisi con lo strumento per eccellenza utile nella fase di emersione dei sintomi di difficoltà. Sintomi che la riforma del fallimento vuole intercettare. Per valutare l’intensità del fenomeno dell’insolvenza nell’universo delle imprese italiane è stata infatti condotta, da parte del Cndcec, una disamina storica analizzando le imprese con bilanci pubblicati, avendo riguardo al verificarsi, nei tre anni successivi, di uno dei seguenti eventi di default: a) dichiarazione di fallimento; b) presentazione di una richiesta di concordato preventivo (considerando anche le istanze di concordato in bianco di cui al comma 6 dell’art. 161, legge fallimentare); c) presentazione di un ricorso per omologa di accordi di ristrutturazione o di un ricorso prenotativo dell’accordo di cui al comma 6 dell’art. 182-bis legge fallimentare; d) apertura di una liquidazione coatta amministrativa; e) apertura di una procedura di amministrazione straordinaria.

Secondo il campione esaminato i tassi di probabilità dell’evento sono variati negli ultimi anni, tra il 4 e l’1,9%, in dipendenza della congiuntura economica. Così, considerando che le pmi dotate di organi di controllo, in seguito alla modifica della soglia di cui all’art. 2477 c.c. introdotta dal Ccii sono circa 127 mila, di cui 2 mila sotto soglia (fonte INNOLVA), le percentuali storiche definite hanno portato il Cndcec a individuare un possibile bacino di imprese interessate dalle segnalazioni comprese tra le 2.400 e le 5 mila, dipendenti dall’andamento congiunturale.

Il ragionamento di base, comunque, è il seguente: gli indici delegati al Cndcec da parte del legislatore in base al secondo comma dell’art. 13 Ccii sono ancillari agli indici previsti dal primo comma e, dunque, gli indici rappresentati dal patrimonio netto e dal Dscr (Debt service coverage ratio) a sei mesi, se correttamente calcolati, sono già sufficienti per intercettare tutte le situazioni rilevanti di crisi secondo l’allerta ex art. 12 e 13 del Ccii. Tuttavia, poiché, in particolare, il Dscr non è sempre calcolato o determinabile, in linea con quanto previsto dalla norma, il Cndcec ha individuato 5 indici specifici e settoriali da leggere unitariamente. Il test condotto sull’universo delle imprese che hanno depositato il bilancio in forma ordinaria, ha dato evidenza del contemperamento della capacità predittiva con l’esigenza di contenere i falsi segnali positivi. Come dire, meglio una segnalazione in meno che una segnalazione sbagliata. La domanda che ci si pone, però è la seguente: sarà sufficiente un metodo statistico benevolo per ridurre la responsabilità degli organi di controllo? Domanda che pare essere retorica, perché gli organi di controllo non potranno basarsi solo sugli indici dovendo innanzitutto verificare l’esistenza degli elementi di continuità aziendale e gli indicatori della crisi previsti dall’art. 13, comma 1 in coordinamento con le presunzioni fissate dall’art. 24 Ccii in tema di tempestiva rilevazione della crisi, con particolare attenzione ai reiterati e significativi ritardi nei pagamenti.

Il documento del Cndcec, infatti, dedica tutta una seconda parte, di cui viene precisato che non è soggetta all’approvazione del Mise, ai principi per l’impiego e al calcolo degli indici, definendo i fondati indizi di crisi, il grado di difficoltà delle stime da eseguire per la costruzione degli indici e la valutazione delle prospettive di continuità aziendale. Una nota metodologica che fa comprendere quando complesso e anche talvolta soggettiva possa essere la costruzione degli indicatori.

L’allerta, un diverso modo di fare impresa. Quello che è certo è che dal 16 marzo 2019 è cambiato il modo di fare impresa, o almeno così dovrebbe essere. Eppure sembra che non molti se ne siano ancora accorti. La motivazione è insita sulla credenza che per attuare il sistema di allerta siano necessari gli indici che il Cndcec dovrà emanare. Eppure quando verrà emanato il documento molti saranno delusi, perché si dovranno accorgere che già oggi gli indicatori e gli elementi per rilevare il nuovo contesto di definizione della crisi è stato tracciato con l’art. 2086 del codice civile in tema di assetti organizzativi e gestione dell’impresa e con la definizione di crisi dettata dall’art. 2, comma 1, lett a) del Ccii.

Gli indici di allerta della crisi richiesti dal secondo comma dell’art. 13 Ccii, infatti, sono secondari rispetto al sistema generale dei controlli, degli assetti organizzativi e della verifica della permanenza della continuità aziendale. Nella bozza di documento del Cndcec si legge che lo stesso reca nella prima parte gli indici di cui al comma 2 dell’art. 13 del Ccii, sottoposti all’approvazione del Mise, e fornisce, nella seconda parte, indicazioni operative per il loro calcolo e il loro utilizzo ai fini dell’individuazione dei fondati indizi di crisi che l’organo di controllo societario, il revisore contabile e la società di revisione, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, hanno l’obbligo di segnalare tempestivamente all’organo amministrativo ai sensi dell’art. 14 Ccii. Viene rimarcato che la segnalazione degli organi di controllo è dovuta solo in presenza di effettivi fondati indizi della crisi e che è opinione del Cndcec che il comma 1 dell’art. 13 individui il momento di discrimine tra situazioni di crisi che assumono rilevanza per gli obblighi segnaletici e situazioni che non la assumono ancora nei seguenti casi: a) l’assenza della sostenibilità del debito nei successivi sei mesi; b) il pregiudizio per la continuità aziendale nell’esercizio in corso o quanto meno per sei mesi; c) la presenza di ritardi reiterati e significativi nei pagamenti, avendo anche riguardo ai limiti posti ai fini delle misure premiali dall’art. 24 Ccii. Secondo il Cndcec, gli indici di cui all’art. 13, comma 2, costituiscono segnali di crisi, ma non assumono da soli rilevanza sufficiente a fare ritenere sussistere uno stato di crisi ai sensi dell’art. 14 Ccii.

Gli indici elaborati. Due sono i tipi di indici definiti dal Cndcec quali indicatori segnaletici della crisi. Il primo tipo è già identificato dal legislatore nel corpo del primo comma dell’art. 13 Ccii e tradotti dal Cndcec nel (i) patrimonio netto negativo e nel (ii) debt service coverage ratio (Dscr). Il secondo tipo, invece sono 5 indici identificati come indici di settore significativi per tutte le imprese e che se superati unitariamente (ovvero tutti insieme) possono rappresentare sintomo di ragionevole presunzione di stato di crisi. Si tratta dei seguenti indici: (iii.a) Indice di sostenibilità degli oneri finanziari in termini di rapporto tra oneri finanziari e il fatturato; (iii.b) Indice di adeguatezza patrimoniale, in termini di rapporto tra patrimonio netto e debiti totali; (iii.c) Indice di ritorno liquido dell’attivo, in termini di rapporto da cash flow e attivo; (iii.d) Indice di liquidità, in termini di rapporto tra attività a breve termine e passivo a breve termine; (iii.e) Indice di indebitamento previdenziale e tributario, in termini di rapporto tra indebitamento previdenziale e tributario e l’attivo.

La metodologia degli indici. Il legislatore ha posto con l’art. 13 Ccii due condizioni, ovvero: 1) che sia possibile desumere dalle risultanze degli indici elaborati una valutazione unitaria circa la sussistenza de un indizio di crisi, per cui occorre lo sviluppo di un percorso logico di indici, che anche articolato in varie fasi, porti a una valutazione finale unitaria indicativa della crisi; 2) che gli indici elaborati contengano almeno quelli previsti dal legislatore al comma 1, dell’art. 13 Ccii, ossia indici che esprimano: a) la sostenibilità degli oneri dell’indebitamento con i flussi di cassa che l’impresa è in grado di generare e b) l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi. Così il Cndcec ha ritenuto che la delega a esso conferita contenga l’elaborazione di: una proposta di un gruppo di indici (e non di specifici indici); una proposta di un iter logico di lettura degli indici che ne renda possibile una valutazione unitaria; uno sviluppo di supporto metodologico che chiarisca e renda quindi omogeneo il calcolo degli indici partendo dalla valutazione dell’andamento aziendale.

Il sistema coniato si basa dunque sulla lettura sistematica e congiunta del primo e secondo comma dell’art. 13 Ccii. Gli indici previsti dal primo comma dell’art. 13 si applicano indistintamente a tutte le imprese. Gli indici di cui al comma 2 presentano valori soglia differenti per settori economici.

Dal punto di vista logico il sistema è gerarchico e l’applicazione degli indici deve avvenire nella sequenza descritta dal documento, ovvero, se il patrimonio netto è positivo occorre verificare l’equilibrio del Dscr e se anche questo è positivo allora si può escludere la presenza di sintomi di crisi. Diversamente, quando il patrimonio netto è negativo e anche il Dscr è negativo ciò è sufficiente per accertare l’esistenza di sintomi di crisi. Quando il patrimonio netto è positivo ma non si è in grado di costruire il Dscr, o è inattendibile, allora occorre verificare il superamento di tutte le soglie degli indici di settore, che se, appunto, superati unitariamente (tutti e cinque insieme) allora si è in presenza di ragionevole presunzione di stato di crisi.

Dunque il sistema gerarchico richiede che il superamento del valore soglia del primo indice previsto rende ipotizzabile la presenza della crisi, in assenza di superamento del primo (i), si passa alla verifica del secondo (ii), e in presenza di presenza di superamento della relativa soglia è ipotizzabile la crisi, in mancanza del dato, si passa al gruppo di indici di cui all’art. 13, comma 2, ovvero gli incidici settore.

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