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Crisi d’impresa, più spazio ai ritocchi della riforma

Riforma fallimentare con correzioni possibili anche nella fase (lunga) che precederà l’entrata in vigore. L’ha annunciato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nel suo intervento all’ormai tradizionale convegno autunnale organizzato ad Alba dall’Associazione albese studi di diritto commerciale. Bonafede ha sottolineato come andrà individuato un provvedimento dove collocare una norma che, correggendo la legge delega a monte, permetta di intervenire poi sul testo del decreto legislativo da pochi giorni approvato dal Consiglio dei ministri e ora all’esame del Parlamento.
Il testo prevede infatti una “vacatio legis” assai lunga, di 18 mesi, e Bonafede, accogliendo le sollecitazioni arrivate anche nel corso del convegno, promosso dal presidente della Corte d’appello di Roma Luciano Panzani e da Gino Cavalli dell’università di Torino, ha assicurato che il periodo di tempo sarà a disposizione anche per mettere a punto eventuali correttivi. Di più. Il ministro, che ha difeso l’ultima versione del decreto come più attenta alle necessità di piccole e medie imprese avendo stemperato soprattutto gli automatismi cui avrebbe dato luogo la precedente disciplina delle misure di allerta messa a punto dalla commissione Rordorf, ha confermato di volere procedere a un allineamento della parte penale, non compresa nella delega, con quella civile e per questo da gennaio partiranno i lavori per arrivare alla riscrittura delle varie fattispecie di bancarotta.
Il ministro ha poi difeso anche la scelta di cancellare dalla riforma tutta la parte relativa all’organizzazione degli uffici, nel nome di una giustizia “di prossimità”, più vicina alle richieste e sollecitazioni dei semplici cittadini e anche degli imprenditori.
Il vicepresidente del Csm, David Ermini, è partito nella sua riflessione da alcuni dati: oggi in Europa il 50% delle imprese ha una durata di vita inferiore a 5 anni, il numero di casi di insolvenza delle imprese è aumentato dopo il picco della crisi economica del 2009 e resta elevato. Si stima che ogni anno nell’Unione europea falliscano 200.000 imprese (600 al giorno), con una conseguente perdita diretta di 1,7 milioni di posti di lavoro all’anno.
Secondo i dati della Commissione riferiti al 2014 (ultimo dato disponibile), rispetto al 2009 (che è stato scelto come anno di riferimento, perché ha registrato il più alto numero di fallimenti) in Italia le chiusure di aziende dovute a fallimenti o altre forme di cessazione dell’attività sono aumentati di oltre il 67%, passando dai 9.384 del 2009 ai 15.336 del 2014.
Analizzando i dati di bilancio di fonte Cerved e disponibili nella banca dati della Centrale rischi emerge che le imprese che utilizzano strumenti negoziali sono in generale più grandi e al momento del ricorso alla procedura presentano migliori condizioni economico-finanziarie (per redditività e grado di indebitamento). Per Ermini allora diventa cruciale, nell’invertire questa tendenza, il tema della finanza di crisi che, insieme a misure di allerta sulle quali l’Italia può essere oggi in coerenza con la futura direttiva, può permettere il ritorno dell’impresa a una situazione di equilibrio.

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