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Crisi d’impresa, nuove regole

Il concordato preventivo non sarà più la via di fuga agevolata dai problemi dell’azienda. Sembra questo il significato principale del decreto legge sulla riforma delle procedure concorsuali, approvato dal consiglio dei ministri della scorsa settimana. Si tratta di un provvedimento tecnicamente piuttosto complesso, accolto con una certa diffidenza da banche, professionisti, imprese.

Voci di corridoio attribuiscono la regia della stesura del decreto agli uffici legislativi di Banca d’Italia, intenzionata a dare un contentino agli istituti di credito nel momento stesso nel quale si negava loro la possibilità di scaricare i loro crediti in sofferenza su una bad bank, come richiesto da tempo e da più parti.

In questa direzione va anche la norma sulla prededucibilità dei crediti in sofferenza degli istituti di credito. Cambiano le regole anche per i giudici e i curatori. I primi dovranno fare molta attenzione a nominare curatori fallimentari veramente preparati ed efficienti, in alcuni casi rivolgendosi anche a soggetti collettivi, e potranno essere chiamati a giustificare le loro scelte. Mentre i secondi rischiano di essere a loro volta revocati per giusta causa se non rispetteranno i tempi concessi per l’attuazione della procedura di fallimento.

Obiettivo della riforma è certamente quello di aumentare l’efficienza e la velocità delle procedure, ma anche quello di mettere un freno ai debitori nell’utilizzo oggi troppo disinvolto del concordato preventivo. Si mette uno stop, infatti, all’attuale discrezionalità nella scelta delle proposte e piani concordatari. Se il piano liquidatorio prevede pagamenti dei creditori inferiori al 40%, potranno avanzare offerte migliorative e concorrenziali da terzi e veri e propri piani alternativi dai detentori di almeno il 10% dei crediti (non importa se acquistati di recente o detenuti ab origine). Spetterà poi alla competenza dei commissari giudiziali valutare le due alternative e proporre al giudice la soluzione più adeguata.

La conseguenza di questa disposizione potrebbe essere che invece di far emergere la crisi, il debitore aspetterà fino all’ultimo momento, per paura che gli portino via l’azienda. Altro possibile problema: quale amministratore accetterà un incarico nei confronti di una società in queste condizioni?

È evidente che queste innovazioni fanno l’interesse di banche e creditori, più che dei debitori, tanto che ora gli accordi di ristrutturazione dei debiti appaiono lo strumento più agevole e adeguato per tentare di risolvere i problemi delle aziende in crisi evitando complicazioni. Tra l’altro, questo meccanismo consentirebbe in molti casi di allungare la durata dei piani per un tempo superiore a quanto si poteva ottenere con il concordato preventivo.

Tanto più che il decreto legge introduce una particolare forma di accordo di ristrutturazione dei debiti utilizzabile quando l’esposizione debitoria degli istituti di credito è pari almeno al 50%: se i 3/4 dei creditori bancari aderiscono all’accordo, le altre banche non aderenti o dissenzienti non potranno opporsi.

La riforma subirà probabilmente qualche limatura tecnica in sede di conversione in legge, soprattutto per quanto riguarda la disciplina transitoria, al momento poco chiara. Ma non si può dire che non possa essere un valido ponte in attesa della riforma della commissione Rodorf che andrà a disciplinare nel suo complesso le procedure concorsuali.

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