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Crisi d’impresa, in calo i preconcordati con riserva

Diminuiscono le imprese in crisi che si affidano ai concordati preventivi “con riserva”. Infatti, dopo l’impennata al debutto della nuova procedura, introdotta l’11 settembre 2012, le istanze si sono ridotte nella seconda parte del 2013. Lo dimostrano i dati raccolti nei principali tribunali italiani: rapportando le domande presentate negli ultimi sei mesi dell’anno scorso con quelle del 2012 – e rendendo omogenei i periodi – il calo è di oltre il 40 per cento.
Una discesa spinta, innanzitutto, dai maggiori controlli introdotti la scorsa estate per le società che giocano la carta del preconcordato. Ed è prevedibile che la caduta si trasformi in crollo nei prossimi mesi, se non sarà allentata la stretta sulla prededucibilità dei crediti che sorgono dopo il deposito della domanda, introdotta dal Dl Destinazione Italia (si veda il servizio a fianco).
Procedura in evoluzione
Il concordato preventivo con riserva si differenzia da quello ordinario perché può essere avviato dalle imprese in crisi presentando la domanda “in bianco” e “riservandosi” di depositare piano, proposta e documentazione a un momento indicato dal giudice, fino a sei mesi dopo. Nel frattempo, l’esecuzione resta bloccata.
Nelle intenzioni, il preconcordato dovrebbe consentire alle imprese di mettersi al riparo senza troppe formalità e guadagnare tempo per riorganizzarsi e continuare l’attività. Ma, nella prima fase, la procedura è stata sovente utilizzata da debitori già al capolinea, mettendo in difficoltà i creditori.
Abusi che il Dl del fare, la scorsa estate, ha cercato di tamponare aumentando gli oneri per i debitori e i controlli del tribunale: le società che presentano l’istanza di preconcordato devono depositare anche l’elenco dei creditori; e il giudice può nominare il commissario giudiziale in anticipo, già quando viene depositata la domanda “in bianco”.
Si tratta, quindi, di una procedura in evoluzione. E i dati dei tribunali sui preconcordati in bianco fotografano i cambiamenti, lungo tre periodi. Il primo copre poco meno di quattro mesi, dall’11 settembre 2012 a fine anno. Il secondo va da inizio 2013 al 21 giugno, alla vigilia dell’entrata in vigore del Dl del fare. Il terzo, infine, procede per sei mesi e mezzo, dal 22 giugno a fine 2013.
L’andamento
Alla sua introduzione, il preconcordato con riserva è stato preso d’assalto. E, in parallelo, sono scomparse le domande di concordato “tradizionale”, che richiedono una maggiore preparazione. Il tribunale di Milano, ad esempio, ha ricevuto 82 istanze “complete” nel 2011 e altre 82 nel 2012 (70 delle quali fino al 10 settembre); nel 2013, invece, sono crollate a 15. Mentre le domande “in bianco” sono state 135 dall’11 settembre al 31 dicembre 2012 e 192 dal 1° gennaio al 21 giugno 2013.
L’esplosione è rientrata nella seconda parte dell’anno scorso. A Milano in sei mesi e mezzo sono state depositate 133 domande con riserva, meno delle 135 dei tre mesi e mezzo del 2012. E lo stesso trend si conferma negli altri tribunali (si veda il grafico a fianco).
Il calo dipende, in primo luogo, dai maggiori controlli e, in particolare, dalla possibilità di nominare in anticipo il commissario giudiziale. La chance è stata usata in modo massiccio dai giudici: per 112 procedure su 133 a Milano, per 44 su 79 a Roma, per 12 su 22 a Napoli, per 24 su 32 a Torino, per 17 su 27 a Bologna e per 13 su 13 a Catania. «Il commissario è una figura fondamentale – assicura Luciano Panzani, presidente del tribunale di Torino – perché può controllare da vicino le aziende e informare il giudice, che altrimenti sarebbe lasciato solo». A disincentivare le domande ha contribuito anche la richiesta che molti tribunali stanno facendo di «depositare una cauzione per pagare il compenso al commissario», spiega il presidente della sezione fallimentare del tribunale di Milano, Filippo Lamanna. «Può trattarsi di cifre minime – prosegue – di poche migliaia di euro, ma sufficienti a bloccare chi tenta la strada del preconcordato senza avere liquidità».
Più in generale, il calo delle domande “in bianco” dipende anche dal fatto che la procedura, alla prova dell’operatività, ha mostrato i suoi limiti. «Le aziende – spiega Panzani – si sono rese conto che il preconcordato allunga i tempi ma non evita il fallimento. Anzi, può far rischiare ai debitori un’imputazione per avere ritardato il dissesto».
Se la riduzione dei preconcordati è generalizzata, il presidente del tribunale di Catania, Bruno Di Marco, fa però notare che «la crisi non è finita: nel nostro territorio, dopo le piccole aziende, stanno ricorrendo alla procedura anche i grandi gruppi».

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