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Crisi d’impresa, il bilancio non basta

Una diagnosi esatta della crisi di impresa per evitare che dalla difficoltà temporanea si passi senza soluzione di continuità all’insolvenza. Per questa ragione il Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli esperti contabili ha messo nero su bianco gli elementi di cui tenere conto per individuare e accertare la crisi d’ impresa, nella certezza che la semplice lettura del bilancio, stanti i margini di discrezionalità esistenti, difficilmente dia l’esatta idea del reale stato economico dell’impresa.
Il tutto “affianca” i lavori della commissione Rordorf con l’obiettivo di marcare i confini tra i concetti di «crisi di impresa» e di «insolvenza» per consentire che, effettivamente, la crisi sia il presupposto per attivare gli strumenti alternativi al fallimento previsto dalla riforma della legge fallimentare e chiarire che crisi e insolvenza non sono sovrapponibili (come invece l’articolo 160 della legge fallimentare lascia intendere). Dubbi interpretativi che, spiegano i consiglieri nazionali Felice Ruscetta e Maria Rachele Vignani, vanno assolutamente chiariti. «Importante – spiega Raffaele Marcello, consigliere delegato all’area aziendale e procedure concorsuali – nella valutazione della crisi è la valutazione della dimensione finanziaria, sia attuale sia futura, attraverso il riferimento ai cash flow anche attesi, estendendo il concetto anche alle obbligazioni non ancora assunte, ma prevedibili nel normale corso di attività o in base alla programmazione aziendale».
In questo senso, le regole a cui fare riferimento sono le seguenti:
il principio di revisione (Isa Italia) numero 570 relativo alla continuità aziendale;
il principio 11 delle norme di comportamento del Collegio sindacale di società non quotate del Cndcec;
l’Oic 6 relativa alla ristrutturazione del debito e informativa di bilancio.
Si tratta di documenti che vanno affiancati a informazioni di natura qualitativa (ad esempio: perdita di amministratori o di dirigenti chiave, perdita di mercati fondamentali, di contratti di distribuzione e di concessioni), a dati quantitativi e all’analisi storica dei risultati con un approfondito esame dei piani di azione futuri e dei relativi flussi finanziari ed economici previsionali. Dati e documenti che richiedono una ragionata disamina endogena che, nell’ambito delle imprese collettive esercitate attraverso i tipi delle società di capitali, solo il revisore legale (ove istituito) e subordinatamente il collegio sindacale possono compiere.
Se l’obiettivo deve essere quello di privilegiare le prospettive aziendali, assumono rilievo prioritario sia la capacità di ripianare il debito finanziario con i riflessi operativi (che può essere rappresentata dal rapporto tra il Mol e posizione finanziaria netta aziendale e anche tra autofinanziamento e posizione debitoria) sia l’indebitamento potenziale, residuo e prospettico (la Centrale rischi, ad esempio, può fornire prime indicazioni sul livello di utilizzo storico degli affidamenti, mentre eventuali accordi con istituti di credito o committment dei soci o di terzi possono rafforzare le aspettative in termini di ulteriori risorse disponibili). Naturalmente senza trascurare il confronto tra la struttura dei costi aziendali e il punto di break even con i ricavi attuali o attesi. Un’analisi, quest’ultima, che permette di cogliere l’esposizione a rischi commerciali rappresentati da variazioni dei mercati di sbocco, ma anche di individuare altre criticità; ad esempio, se i piani aziendali prevedessero il raggiungimento del break even mediante incremento significativo nel fatturato, tale circostanza indebolirebbe l’attendibilità delle previsioni, imponendo approfondimenti e ulteriori verifiche.
Il tutto per limitare al massimo l’intervento dell’autorità giudiziaria. «Solo integrato da un’analisi rigorosa dei flussi prospettici – spiega il presidente del Consiglio nazionale, Gerardo Longobardi – il bilancio di esercizio può provare la presenza di uno stato di insolvenza anche solo prospettica o, quanto meno, l’esistenza di uno stato di crisi. In ogni altra ipotesi il bilancio, ancorato a grandezze statiche, non potrebbe giustificare l’intervento esterno di un’autorità giudiziaria o di terzi estranei all’impresa per l’avvio di un procedimento concorsuale o di regolazione della crisi, che, peraltro, potrebbe essere l’elemento destabilizzante gli equilibri dell’impresa, per le conseguenze reputazionali che ne possono derivare in modo irreparabile».

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