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Crisi d’impresa: il bilancio diventa trimestrale

Reati tributari all’angolo nel caso si sia impegnati nell’uscita dalla crisi aziendale. L’intervenuta omologa ad opera del tribunale di un accordo di ristrutturazione del debito presentato dalla società, nell’ambito del quale trova spazio una transazione fiscale raggiunta con l’amministrazione finanziaria, peraltro contemplante l’integrale versamento dell’Iva, costituisce circostanza determinante ai fini della valutazione dell’elemento psicologico del reato contestato e consente di escludere dalla responsabilità penale ascritta al rappresentante legale della società stessa. Lo ha affermato il tribunale di Pavia con due sentenze emesse il 12 e 18 novembre 2019, assolvendo i vertici di una società (difesa dall’avvocato Luigi Ferrajoli) dall’accusa di non aver versato, dal 2011 al 2015, significativi importi relativi ad imposte dirette e indirette. Il tribunale si è rifatto alla sentenza della Corte di cassazione, n. 49795/2018 in forza della quale, quando si parla di reati tributari, lo stato d’insolvenza dimostrato dall’accesso alle misure previste per la gestione della crisi d’impresa serve ad escludere la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.

Il tribunale pavese, che ha pronunciato l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato riservandosi il deposito delle relative motivazioni, ha ordinato l’immediata restituzione degli immobili e dei conti correnti, aziendali e personali dell’amministratore, mantenuti per oltre due anni in sequestro in esecuzione di una misura cautelare reale finalizzata alla confisca per equivalente di circa 3,5 milioni di euro.

Le pronunce, dunque, non trattano di ordinari casi di omesso versamento delle imposte e neanche di una presunta scelta per l’imprenditore in crisi tra pagare le imposte o gli stipendi ai propri dipendenti, bensì del ben più ampio tema in ordine al necessario bilanciamento, nel sistema penal-tributario interno, tra gli interessi erariali e la continuità aziendale. La storica questione non ha trovato, neanche con la recente riforma del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, soluzione nella norma positiva. La giurisprudenza, ancora una volta, è stata chiamata a colmare l’evidente lacuna legislativa. La chiave di risoluzione dell’evidente dicotomia tra le previsioni incriminatrici in tema di omesso versamento e quelle disciplinanti la crisi e l’insolvenza dell’impresa è stata individuata dalla Cassazione nell’art. 51 cp: in presenza di un provvedimento di omologa dell’autorità giudiziaria, rimane fuori dubbio che l’omesso versamento dell’Iva risponda ad interessi (anche) di rilievo pubblicistico, la continuità aziendale per l’appunto, quantomeno di pari rango rispetto a quelli erariali. Questo, ovviamente, al ricorrere di specifiche procedure concordatarie e a patto che sia dimostrata la non imputabilità all’azienda della crisi economica che l’ha investita nonché attestata l’impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità con altre misure idonee che vadano ad incidere finanche sul patrimonio personale degli amministratori.

Francesco Spirito

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