La dimensione è determinante nel gestire la crisi d’impresa. Le imprese più grandi, infatti, sono più propense a sfruttare i nuovi percorsi di salvataggio offerti dal Codice della crisi d’impresa (dlgs 14/2019, Ccii), mentre quelle più piccole non ce la fanno e cadono più facilmente nel baratro delle liquidazioni giudiziali, cioè la nuova procedura che ha sostituto il fallimento. Il verdetto viene fuori dalla lettura ragionata del nuovo Osservatorio semestrale Unioncamere sulla crisi d’impresa, quarta edizione marzo 2026, reso noto ieri.
Il dato ponderato deve fare riflettere poiché la comparazione della composizione qualitativa delle imprese che hanno avviato un percorso di salvataggio (attraverso la Cnc) e quelle che sono andate in default (aprendo una Lg), giacche le prime sono tendenzialmente medio grandi e con più addetti (il dato medio è 40 addetti contro 26 del 2022, anche se molte aziende che ne fanno ricorso hanno 300 addetti e più) e hanno un fatturato medio di 16 milioni. Quelle in liquidazione giudiziale sono molto più piccole: 8 addetti medi con 3 milioni di fatturato.
Il nuovo osservatorio
L’Osservatorio, realizzato da Unioncamere (presieduta da Andrea Prete) e InfoCamere, offre una mappatura del rinnovato contesto delle procedure concorsuali, di quelle stragiudiziali e degli altri istituti di regolazione della crisi, con un puntuale monitoraggio e confronto dei dati contenuti nel Registro delle imprese e relativi alle aperture delle più note procedure del Ccii.L’analisi si suddivide tra dati quantitativi comparati nel quadriennio 2022-2025. Ciò che emerge è una crescita costante del numero di procedure aperte complessive, passando da un valore totale di 9.583 nel 2023 al valore di 11.660 nel 2024, fino a raggiungere il numero di 13.470 nel 2025 con un incremento rispetto all’anno precedente di 15,5%.
L’analisi sulle varie tipologie di procedure utilizzate dalle imprese in crisi nel quadriennio 2022-2025 da evidenza di un’impennata percentuale delle Liquidazioni coatte amministrative (Lca) con un +86% nell’ultimo anno. Soffrono cooperative e consorzi soprattutto del settore dedicato alle attività per la salute umana e di assistenza sociale. Il trend, comunque, vede ancora l’andamento crescente dell’istituto della Composizione negoziata della crisi d’impresa (Cnc), con oltre 1.776 istanze presentate nell’anno 2025 e dunque più di 728 rispetto all’anno precedente (+69,5%), a conferma dell’utilizzo sempre più costante del nuovo istituto stragiudiziale. Ma proprio in questo percorso introdotto dal legislatore dal 15 novembre 2021 si va affermando che le imprese maggiori con più addetti sono quelle che ne fano maggiore e migliore uso. Di queste il 20% arriva alla soluzione positiva, quindi il solo ricorso all’istituto non significa il sicuro successo del risanamento. Con la Cnc era stato introdotto un nuovo istituto, ovvero una modalità di conclusione della Cnc, che non vedeva l’accordo con i creditori: il Concordato semplificato. Dopo 4 anni il suo utilizzo resta ancora contenuto ma in crescita (143 domande nell’anno 2025 rispetto alle 85 dell’anno 2024). Un aumento, invece, lo registra il Concordato preventivo, che dopo la flessione negativa del 2023 risale a +17,5% con complessive 895 procedure nel 2025. Ciò che non si arresta ed anzi continua ad impennarsi sono le liquidazioni giudiziali con il numero massimo degli ultimi anni pari a 9.869. Stabili gli accordi di ristrutturazione dei debiti. Mentre sfuggono all’Osservatorio i dati dei Pro, i Piani di ristrutturazione soggetti ad omologazione previsti dall’art. 64 bis del Ccii e introdotti dal luglio 2022.
Le società preferiscono la Cnc
Tra le imprese ricorrenti alla Cnc prevalgono, tra le forme giuridiche, le società di capitale (79%).
Le microimprese (classe di addetti tra 0 e 9 unità) rappresentano il 44,5% dei richiedenti, mentre le piccole imprese (classe di addetti tra 10 e 49 unità) che presentano istanza sono il 40,6%. Sono quindi le grandi imprese che rendono il dato medio degli addetti elevato. Il valore medio della produzione delle imprese istanti è passato da circa 4 milioni di € nel 2021 a 9 milioni di € nel 2023, per arrivare a 10 milioni di € nel 2024 e a oltre 16 milioni di € nel 2025. La maggioranza delle imprese appartiene al settore manifatturiere (28,6%), del commercio all’ingrosso e al dettaglio (21%) e, a seguire, delle costruzioni (10,2%).