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Crisi Deutsche Bank, 18 mila dipendenti liberano le scrivanie Il titolo perde il 5,8%

Deutsche Bank dice definitivamente addio alle ambizioni di banca globale di matrice europea, si ritira di fatto dal mercato più importante dell’investment banking dopo venti anni di concorrenza portata in casa alle grandi banche Usa come Goldman Sachs e Jp Morgan e si «reinventa» — il verbo è dell’amministrazione delegato Christian Sewing — come banca per le grandi aziende con radici in Germania. Per farlo, però, la pulizia è radicale: 18 mila tagli di personale su 92 mila complessivi, in gran parte in Asia, Stati Uniti e Gran Bretagna; uscita dalle attività di vendita e intermediazione di titoli (sales equities & trading) e dal reddito fisso, che equivale a un taglio del 40% di tutta l’attività di investment banking; creazione di una bad bank nella quale segregare, in vista di una cessione, 74 miliardi di attivi (non solo deteriorati) e 288 miliardi di euro di posizioni a leva. E lasciano la banca top manager come Franck Strauss (capo del retail), Gart Ritchie (capo dell’investment banking) e Sylie Matherat (regolatorio). Dopo la decisione del board di domenica, il piano è immediatamente scattato. Ieri in Asia, in Gran Bretagna e in Usa si segnalavano già dipendenti licenziati.

Neanche questa mossa sembra stimolare i mercati. Ieri il titolo — dopo una fiammata iniziale — ha chiuso in netto calo del 5,8%. Deutsche Bank ora capitalizza appena 13,9 miliardi di euro. Il timore è che, nonostante le rassicurazioni di Sewing che non saranno chiesti altri soldi ai soci, alla fine un nuovo aumento di capitale — dopo quelli bruciati negli ultimi anni in vari piani di ristrutturazione — debba essere chiamato. Anche perché il rendimento atteso al 2022 è dell’8%, una percentuale che potrebbe non essere soddisfacente per gli investitori, anche se Sewing promette 5 miliardi di capitale restituito ai soci dalla bad bank. Db speserà gran parte dei costi della creazione della bad bank (3 miliardi su 5,1 totali) nel secondo semestre, che chiuderà in rosso. In totale la ristrutturazione costerà 7,4 miliardi. L’equities sales & trading passerà in gran parte a Bnp Paribas, con cui c’è già un accordo preliminare.

Dopo il fallimento della trattativa per una fusione con Commerzbank, Sewing era atteso al varco. Ora la banca riparte da sola anche se qualche osservatore si spinge a dire che la pulizia radicale potrebbe essere propedeutica a una fusione, nell’ottica di creare una vera banca paneuropea. Quella di Db è una crisi che nasce da lontano, dalla spinta aggressiva sull’investment banking degli anni Ottanta dopo l’acquisto a Londra di Morgan Greenfell (1989) e continuata in usa rilevando Bankers Trust (1999). Negli anni d’oro l’investment banking valeva metà degli utili ma esponeva la banca a una forte volatilità; per le sue attività più speculative Db è stata anche coinvolta in decine di inchieste costate sanzioni per miliardi di dollari.

Non saranno invece toccati il risparmio gestito con la controllata Dws né le attività commerciali e retail in Germania e in Italia — suo secondo mercato —, anche se c’è attenzione da parte dei sindacati: «La Bce in Italia si preoccupa per gli npl e ha obbligato le banche a svenderli», dice Lando Sileoni, leader Fabi. «In Db il conto viene fatto pagare ai lavoratori che non hanno alcuna responsabilità. Se qualcuno pensa di realizzare anche in Italia questo “pseudomodello” farà i conti con il sindacato».

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