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Crisi dell’Ilva, sale il conto

Il conto della mancata proroga per i lavori all’Altoforno 2, che porterà al sequestro dell’impianto, è arrivato in meno di 24 ore: ArcelorMittal ha comunicato ieri ai sindacati la cassa integrazione per 3.500 dipendenti, proprio in relazione alla prossima fermata dell’Altoforno 2 di Taranto, uno dei tre attualmente operativi. Il sequestro senza facoltà d’uso — e il successivo ripristino del cronoprogramma di fermata e spegnimento dell’altoforno — è un atto dovuto atteso a breve dopo la proroga negata a Ilva in amministrazione straordinaria, visto che il termine per i lavori di messa a norma dell’impianto scade domani, 13 dicembre. E senza l’Altoforno 2 — in attesa del ricorso di Ilva in amministrazione straordinaria atteso per l’inizio della prossima settimana — per ArcelorMittal gli attuali dipendenti sono troppi.

I 3.500 in eccesso includono i 1.273 per i quali l’azienda nei giorni scorsi aveva già chiesto una seconda proroga della cassa ordinaria per esigenze di mercato. Solo che adesso, per i 3.500, si tratterà di cassa integrazione straordinaria e non ordinaria, come quella che ArcelorMittal aveva applicato da luglio scorso per la crisi dell’acciaio: un problema congiunturale, così, si trasformerà in strutturale.

I sindacati, ovviamente, non ci stanno. «La decisione di ArcelorMittal — spiega il leader della Uilm Rocco Palombella — è di una gravità inaudita poiché, anziché verificare tutte le alternative possibili per non ricorrere a uno strumento così invasivo, utilizza il provvedimento del giudice per ottenere i risultati che si era prefissata: utilizzare i lavoratori come scudi umani. La multinazionale non aspettava altro che lo stop all’Altoforno 2 per accelerare il progetto di morte per lo stabilimento di Taranto. Chiederemo conto al ministro Patuanelli su come vuole risolvere questo disastro». Oggi pomeriggio, al Mise, è infatti in calendario un vertice con le sigle sindacali convocato alle 17 dal ministro Stefano Patuanelli, presente Ilva in amministrazione straordinaria, ma non ArcelorMittal. Il colosso franco-indiano non ha specificato né il giorno di avvio della cigs, né la durata. Di certo, però, la richiesta aziendale coincide con uno dei momenti più complicati della fabbrica, mentre si cerca di portare avanti il negoziato tra governo, Ilva in as e ArcelorMittal.

Anche ieri c’è stato un nuovo incontro — ovviamente condizionato dalla vicenda Afo2 — alla ricerca di una mediazione dopo la presentazione del primo piano di ArcelorMittal e del successivo contropiano governativo. Da una parte i francoindiani che puntano a ridurre gli attuali 10.789 dipendenti — quelli del piano originario firmato il 6 settembre 2018 — a 6.098 nel 2023, con 2.891 esuberi dal 2020 e altri 1.800 nei tre anni successivi; dall’altra il governo che punta a mantenere l’attuale organico, riportando la produzione a 8 milioni di tonnellate annue entro il 2023, con due forni elettrici per i quali è pronto a contribuire per gli investimenti necessari.

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