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Crisi, il campanello d’allarme suona per un’impresa su due

Quasi la metà delle imprese italiane rischia di essere coinvolta nelle procedure di allerta previste dalla legge di riforma del fallimento. È quanto emerge da un’analisi predittiva effettuata sull’utilizzo degli «indicatori di allerta crisi» applicati ai dati scaturiti da una ricerca effettuata dall’Osservatorio della Fondazione nazionale commercialisti.

Tenuto conto che circa l’80% delle imprese di grandi dimensioni mostra un indice ROE negativo, considerando poi l’aumento dell’indebitamento a medio lungo termine, la riduzione del patrimonio netto e quindi dell’indipendenza finanziaria, e che il 30% delle società evidenziano risultati di esercizio negativi, è ragionevole affermare che quasi la maggioranza delle imprese esaminate registra indicatori di crisi in serio rischio di allerta.

Ci apprestiamo quindi ad assistere all’entrata in vigore degli indicatori della crisi: secondo l’art 16 della bozza del decreto legislativo del codice sulla crisi d’impresa e dell’insolvenza, «costituiscono indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’attività imprenditoriale svolta dal debitore e rilevabili attraverso appositi indici, con particolare riguardo alla sostenibilità dei debiti nei successivi sei mesi e alle prospettive di continuità aziendale, nonché l’esistenza di significativi e reiterati ritardi nei pagamenti, tenuto conto anche di quanto previsto nell’art. 27».

La legge delega ha espresso un chiaro riferimento alla scienza aziendalistica come base ispiratrice per individuare le cause della patologia aziendale e i necessari interventi di salvaguardia, monitoraggio e recupero della continuità aziendale. In tal caso si ritiene possibile ipotizzare che alcune linee guida e indicatori di crisi oggetto di applicazione siano, in parte, quelli già sviluppati secondo i principi emanati da autorevoli Organismi nazionali e internazionali, quali per esempio gli Oic con l’emanazione dei principi contabili nazionali (OIC5-OIC11), gli Organismi di revisione nazionali ISA 570 e le norme di comportamento del Cndcec (norma 11.1.), ai quali è altrettanto prevedibile che se ne aggiungano altri sempre più «predittivi» in ragione di una valutazione meno basata su dati statici e più rivolta al monitoraggio di lunga durata della continuità aziendale.

È, quindi, attualmente possibile rendere noto alle imprese sia le tecniche sia le aree di analisi e monitoraggio aziendale da cui trarre efficaci informazioni sull’andamento della gestione relativa a indici reddituali, finanziari e patrimoniali. Il principale documento di studio sul quale poter fare riferimento è proprio il bilancio di esercizio che consente, attraverso specifiche riclassificazioni, di ottenere valori quantitativi per gli scopi prefissati. In sostanza, l’obiettivo è quello di ottenere indici di bilancio che misurino l’andamento della redditività, l’andamento finanziario e patrimoniale. In base a quanto detto, con l’analisi dei margini, l’analisi per indici e l’analisi per flussi è possibile misurare la solidità, intesa come la capacità dell’azienda di mantenere una struttura finanziaria e patrimoniale capace di fronteggiare le mutevoli condizioni esterne e interne; la redditività, intesa come capacità della direzione aziendale di trasformare il fatturato, le risorse impiegate e il capitale investito in profitto e la liquidità, intesa come la capacità dell’azienda di generare flussi positivi di entrata in misura sufficiente da coprire i fabbisogni.

In base a ciò, nell’ottica di comprendere quale sia il possibile impatto dell’introduzione degli indicatori di crisi nell’attuale situazione economica e finanziaria delle aziende e ipotizzarne gli effetti, si ritiene estremamente utile avvalersi dei risultati scaturiti da una analisi condotta dall’Osservatorio sui bilanci delle srl della Fondazione nazionale dei commercialisti, con particolare riguardo al trend relativo allo stato di salute delle imprese dal punto di vista reddituale, patrimoniale e finanziario nel periodo 2014-2016. Il riferimento al campione delle aziende analizzate è significativo poiché trattasi di una analisi effettuata su 332 mila srl su un totale di circa 820 mila, a cui si aggiungono come principale fonte informativa i bilanci depositati dalle stesse al mese di settembre 2017.

Dall’indagine effettuata a livello macro, risulta che circa un terzo del campione totale di srl analizzate produce risultati di esercizio e patrimonio netto negativo. Le analisi reddituali dimostrano che circa il 50%delle srl esaminate risultano avere un ROE e ROI negativo. In questo caso l’80% delle grandi imprese registra indicatori negativi. Tra gli indici di natura finanziaria è significativo l’indebitamento a breve e medio lungo termine, e forte è la dipendenza finanziaria dal capitale di terzi. Questo dato è decisamente correlato con il risultato dell’attivo circolante che dimostra assorbimenti di liquidità e quindi dati negativi. Per attivo circolante si intende l’insieme degli impieghi di breve durata e dei mezzi liquidi (Rimanenze + liquidità immediate + crediti a breve termini – debiti finanziari – debiti a breve termine) che potrebbero essere convertiti in denaro entro un anno. Per contro, nel caso analizzato, il valore letto insieme all’indebitamento rilevante nel medio lungo termine e con indici reddituali negativi denota uno stato di salute delle finanze dell’azienda squilibrata nel senso che l’azienda non produce flussi finanziari generati dalla gestione tipica e per finanziarsi ricorre a capitale di debito di media lunga durata, aspetto che certamente comporta un segnale di allerta.

Il rilievo di questi indici è importante per il significato che esprimono, poiché il ROE (Return On Equity) è un indice economico che misura la redditività del capitale proprio ottenuto dividendo l’utile netto per i mezzi propri. L’indicatore viene utilizzato per verificare il tasso di remunerazione del capitale di rischio, ovvero quanto rende il capitale conferito dai soci. In caso di perdita di esercizio il ROE è negativo e ciò significa che lo squilibrio economico è così grave da erodere i mezzi propri. Stessa considerazione vale per l’indice ROI (Return or Investment) che misura il rendimento economico del capitale proprio e di terzi impiegato.

Dal punto di vista finanziario l’indice di indebitamento è un indicatore utilizzato per misurare l’indebitamento dell’azienda. Le imprese ricorrono al debito (capitale di terzi quali banche o altri finanziatori) come fonte di finanziamento generalmente inferiore al capitale di rischio (lungo termine). Il rapporto di indebitamento quando elevato rende l’impresa rischiosa perché il capitale proprio è insufficiente e quindi sottocapitalizzata. Di conseguenza l’indicatore di autonomia finanziaria (incidenza del capitale proprio) è bassa perché fortemente dipendente dal capitale di terzi.

L’indicatore più importante è però quello che registra il livello di liquidità corrente e immediata e ha l’obiettivo di evidenziare la capacità dell’azienda di far fronte ai propri impegni di breve periodo in modo tempestivo ed economico con attività di medesima durata. L’indice positivo denota la capacità dell’azienda di far fronte agli impegni correnti.

Conforta il fatto che, in linea generale, gli indicatori aziendali mostrano la tendenza, soprattutto per le medie e grandi aziende, a un modesto recupero verso le condizioni di riequilibrio economico, finanziario e patrimoniale ma, si aggiunge, il gap da colmare per raggiungere i livelli rassicuranti del periodo pre-crisi, che sembra ancora avere tempi molto lunghi. Sulla base di dette considerazioni è da tener conto che il principio indissolubile del codice della crisi prevede invece tempistiche rapide, per le aziende, nell’attivarsi e mettere in atto le procedure di segnalazione di allerta per la salvaguardia della continuità aziendale e superamento della crisi d’impresa. Tuttavia, gli effetti di tali azioni possono provocare, se non adeguatamente ponderate e in contrapposizione al percorso di risanamento, delle insidie di natura degenerativa della crisi.

Enrico De Fusco

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