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Criptovalute ballerine, stretta in vista sulle speculazioni

È salita la febbre da criptovalute. Dopo l’euforia per la quotazione a Wall Street di Coinbase, la prima piattaforma al mondo per la negoziazione delle monete digitali, il bitcoin e i suoi fratelli minori sono saliti sull’ottovolante raggiungendo prima livelli record di prezzo per poi ripiombare, poco più tardi, in una voragine ribassista conclusasi con un calo delle quotazioni del 20%. Prima di schizzare nuovamente in alto. Dalle stelle alle stalle e ritorno nella manciata di poche ore.

Cosa abbia determinato questo movimento irrazionale? Impossibile dirlo con certezza. Le voci che si rincorrono parlano di un blackout verificatosi in Cina, nella provincia dello Xinjiang, che avrebbe mandato in tilt per due giorni i server su cui viaggia più della metà della blockchain che gestisce i bitcoin. I minatori hanno dovuto quindi interrompere le proprie attività estrattive determinando un crollo, seppur temporaneo, del valore della criptovaluta. Non parliamo, cioè, dei minatori che scendono in miniere reali, ma di coloro che, attraverso programmi ottengono criptovalute attraverso calcoli matematici. Attività denominata mining.

Questo breach informatico avrebbe messo in luce la fragilità del sistema su cui si regge il mondo delle monete virtuali affossando non soltanto il valore del bitcoin, ma quello di tutto il comparto. Altre fonti ben informate della finanza internazionale parlano invece di un giro di vite nei confronti delle criptovalute in arrivo da parte del Dipartimento del Tesoro americano che avrebbe messo nel mirino alcune grandi istituzioni finanziarie colpevoli di aver utilizzato bitcoin e affini per concludere operazioni di riciclaggio di denaro.

Una accusa per niente nuova che da sempre ruota attorno al mondo delle cryptocurrency. Ma qualcosa adesso sembra che stia davvero per succedere. Non sarà un caso, infatti, che il 2 aprile scorso la Banca centrale di Argentina (Bca) ha inviato una richiesta ufficiale a tutti gli istituti di credito del Paese per mappare i cittadini che dispongono di un conto corrente in criptovalute o che hanno disposto transazioni di acquisto o vendita in bitcoin. L’iniziativa ha destato grande scalpore portando a una immediata class action nei confronti della Bca rea di aver violato il diritto alla riservatezza degli investitori. Tant’è, ma la crociata delle istituzioni finanziarie tradizionali al mondo delle valute digitali sembra essere ormai partita. Lo sanno bene in Turchia dove il nuovo governatore della Banca centrale di Ankara, Sahap Kavcioglu, ha pubblicato un regolamento sulla Gazzetta Ufficiale turca in cui viene messo al bando, a partire dal 30 aprile, l’utilizzo delle criptovalute come strumento di pagamento. Una virata netta del Paese di Erdogan, fino a pochi mesi fa sostenitore e promotore della diffusione della valuta digitale. Ma cosa ha indotto la Turchia a questo cambio di rotta così repentino e inatteso? Secondo gli esperti, il bitcoin stava diventando, così come anche in Argentina, un nuovo surrogato dell’oro. Uno strumento di investimento facile e anonimo per mettere al riparo i propri capitali dall’inflazione galoppante e dalla svalutazione della moneta locale. Inaccettabile per i governi, intenti a limitare la fuga dei capitali e sostenere l’economia reale. Tutto questo, nascosto dietro una facciata che parla di tutela dei cittadini dal rischio di bolla, di mancanza di trasparenza associata alle criptovalute e di assenza di regolamentazione del mercato. Il dado ormai è tratto. Tanto che la stessa People’s Bank of China ha fatto sapere di aver messo allo studio un insieme di norme volte a regolamentare i bitcoin. «Affinché le stablecoin diventino uno strumento di pagamento ampiamente utilizzato in futuro, devono essere soggette a una stretta sorveglianza da parte di istituti finanziari come le banche o organi equivalenti», ha spiegato Li Bo, vice governatore della banca centrale. «Devono essere prese misure che impediscano alla speculazione sulle criptovalute di provocare grandi rischi finanziari». Dall’altra parte del mondo, anche la Federal Reserve ha dovuto ammettere il ruolo conquistato dal bitcoin nel panorama finanziario internazionale. «Il bitcoin è sempre più simile a una sorta di versione digitale dell’oro», ha dichiarato nei giorni scorsi Robert S. Kaplan, docente della Harvard Business School e presidente della Fed di Dallas secondo cui le valute emesse e gestite dalle banche centrali rappresentano dei mezzi di pagamento ma non sono ottimali per la gestione dei risparmi nel lungo periodo. Ruolo invece che, in via residuale, dovrebbe competere alle criptovalute che rappresentano oggi il metallo prezioso nella sua versione 2.0 (si veda altro servizio in pagina).

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