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Criptovalute, altolà dell’Ecofin: «Prima definiamo le regole»

I ministri delle Finanze dell’Unione Europea, che si riuniranno oggi e domani qui a Bruxelles, discuteranno tra le altre cose di criptomonete. I Paesi membri sono d’accordo per evitare che valute di questo tipo – come Libra, messa a punto da Facebook – possano vedere la luce in Europa prima che vi sia un chiaro quadro regolamentare. Il contesto di abbondante liquidità sui mercati finanziari rende la questione particolarmente d’attualità.

Già in settembre, i ministri avevano espresso timori per la stabilità finanziaria, l’efficienza dei sistemi di pagamento, la libera concorrenza e la sovranità monetaria (si veda Il Sole/24 Ore del 14 settembre). «Entità che intendono emettere o gestire nell’Unione Europea valute di questo tipo devono mettere a disposizione urgentemente informazioni complete e adeguate perché si possa fare una analisi appropriata», si legge in una dichiarazione pubblicata ieri sera.

Consiglio e Commissione sono convinti che nessuna criptovaluta «dovrebbe vedere la luce nell’Unione finché le sfide legali, regolamentari e di vigilanza non verranno analizzate e affrontate». Ciò detto, i Ventotto non vogliono dare mandato alla Banca centrale europea di studiare una criptovaluta pubblica. Nella dichiarazione che verrà approvata in dicembre, i ministri si limitano a valutare positivamente il fatto che le banche centrali continuino a studiare «costi e benefici di valute digitali emesse da istituti monetari».

La questione è soprattutto istituzionale. Consiglio e Commissione non possono dare indicazioni alla Bce senza mettere a rischio la sua indipendenza. Il dibattito a livello diplomatico ha messo in luce differenze tra i Paesi. Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, Francia e Germania hanno avuto un ruolo motore, dimostrando la stessa preoccupazione. Altri Paesi, che ospitano importanti centri finanziari, hanno voluto mettere in chiaro che la partita sulle criptovalute non riguarda l’ambito più generale delle cripto-attività.

In Cina, la banca centrale cinese sta valutando l’ipotesi di creare una criptovaluta pubblica. L’obiettivo è di riprendere le redini di uno nuovo strumento finanziario che gli istituti monetari ritengono pericoloso per la sovranità monetaria di un Paese o di una unione di Paesi. Storicamente, le monete sono emesse da entità statali, non da società private. Si capisce quindi la preoccupazione di governi nazionali e di autorità di vigilanza. «Tutte le opzioni dovrebbero essere sul tavolo, anche misure per prevenire l’emergere di rischi ingestibili» provocati da alcune critovalute globali, si legge nella dichiarazione pubblicata ieri sera.

A pesare in questo contesto è l’abbondantissima liquidità sui mercati finanziari. Libra potrebbe diventare non solo uno strumento di scambio, ma anche una fonte di investimento, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe avere per la stabilità dei mercati azionari o obbligazionari. Patrick Artus, economista di Natexis a Parigi, parla del rischio di «fuga dalla moneta» da parte degli investitori, che potrebbero quindi essere attirati dalle criptovalute.

È da notare che dal 1996 a oggi il bilancio totale delle banche centrali a livello mondiale è passato da 2.200 miliardi di dollari a 23mila miliardi di dollari. La generosa liquidità ha comportato tra le altre cose, dalla fine del 2018 in poi, un calo dei rendimenti obbligazionari a lungo termine, ormai negativi in alcuni Paesi (in Germania questi sono scesi da +0,5% a -0,5%). Di riflesso, è aumentato il prezzo dell’oro e del bitcoin; quest’ultimo da 5.600 a 8.400 euro.

Beda Romano

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