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Creval raddoppia l’utile, torna la cedola «Opa Agricole? Tutte le opzioni aperte»

Mentre si avvicina il momento della pubblicazione del documento dell’Opa lanciata dal Credit Agricole (la road map prevede l’ok tra marzo e aprile), Creval spinge l’acceleratore sulla redditività per dare soddisfazione agli azionisti e accrescere l’appeal sul mercato.

Il risultato del 2020 registra un utile netto di 113,2 milioni di euro, il doppio (+101,3%) rispetto ai 56,2 milioni di euro del 2019. Un dato che è il frutto soprattutto di un’attenzione rigorosa nel controllo dei costi (-7,7% il costo del personale rispetto al 2019, -13,7% le spese amministrative), in un contesto di ricavi in flessione (-3,7%).

Di certo la redditività in crescita e l’elevato livello di patrimonializzazione (Cet1 ratio fully loaded pari al 19,6%) consentono al board di tornare al dividendo. Il Cda porterà alla assemblea della seconda metà di aprile la proposta di distribuzione di 0,23 euro ad azione ordinaria, per un importo complessivo pari a 16 milioni euro circa, ovvero il limite massimo previsto dalle regole Bce-Bankitalia, pari a 20 punti base del Cet1 ratio.

È una mossa che certo serve a rinfrancare gli azionisti da tempo all’asciutto. Ma è anche un modo per sostenere l’attrattività del titolo, ieri a quota 11,93 euro, e che da tempo viaggia su livelli superiori ai 10,5 euro messi sul tavolo (in contanti) dal gruppo italo-francese: segnale che il mercato crede, a torto o a ragione, in un rilancio oggi escluso dalla banca d’Oltralpe. «Siamo una banca trasformata, tra le più solide in Europa, con una qualità del credito significativamente migliorata e un core business in crescita», spiega Lovaglio in una nota diffusa ieri.

Sotto il profilo gestionale, l’istituto prosegue nel solco tracciato dal ceo Luigi Lovaglio, che prevede un riposizionamento sulla clientela retail e la guardia alta su bilancio e sui costi. I crediti deteriorati lordi sono scesi a 956 milioni di euro, giù del 38% rispetto a fine 2019, con l’Npe ratio al 5,8% su base lorda e al 3,1% netto. D’altra parte le cessioni di crediti, combinate all’ulteriore calo dei tassi Euribor, inevitabilmente hanno impattato anche sugli aspetti reddituali, e in particolare sul margine di interesse, peraltro sostenuto dai benefici dei fondi Tltro-III. Il net interest income è infatti sceso a 340,2 milioni di euro rispetto a 347,5 milioni di euro registrati lo scorso anno. Giù anche le commissioni nette (-7,5%), complice la minore operatività della clientela dovuta alle misure di lockdown.

Sullo sfondo, ovviamente, incombe l’Opa dell’Agricole. Sul tema il Cda ribadisce un concetto già reso noto in passato. E cioè che «continuerà a operare con l’obiettivo di creare valore per tutti gli azionisti, non trascurando alcuna opzione strategica e valorizzando i risultati raggiunti dalla banca». E così mette sul tavolo tre carte di peso: la prima è la solidità patrimoniale (Cet1 ratio al 19,6%). La seconda è il potenziale beneficio stimato in circa 350 milioni di euro relativo alle Dta nel contesto di una aggregazione con Credit Agricole Italia. La terza è costituita dalle potenziali sinergie: la banca stima che l’acquisizione possa generare almeno 100 milioni lordi di benefici, «stima delle sole sinergie di costo». Si vedrà nelle prossime settimane quale sarà la risposta dell’Agricole.

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