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Creval dopo il pasticcio dell’aumento cerca partner

Due giorni fa, quando a Francoforte si sono riuniti i presidenti di Bce, Fed, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone per parlare di come si comunica ai mercati, avrebbero dovuto invitare i vertici delle banche italiane. Forse non di tutte, ma di certo quelli del Credito Valtellinese (Creval) e dei suoi advisor che la settimana scorsa dalla sera alla mattina hanno annunciato una ricapitalizzazione da 700 milioni di euro, mettendo a dura prova le coronarie dei possessori di azioni e di bond subordinati e gettando nel panico molti risparmiatori con i conti in banca.
Non che il titolo arrivasse da corsi brillanti, ma prima dell’annuncio valeva quasi 3 euro, mentre il giorno dopo crollava del 29% a 1,8 euro. In realtà anche il giorno prima della comunicazione, qualcuno che forse sapeva qualcosa aveva iniziato a vendere tanto che il titolo era sceso (-13,3%) con volumi fortissimi. Ieri l’ennesimo tonfo ha portato l’azione a 1,4 euro. Di pari passo sono andati i bond subordinati, quelli che se la banca dovesse entrare in una procedura di risoluzione verrebbero sacrificati per primi. Sono il subordinato da 150 milioni con scadenza nel 2027 e quello da 170 milioni che scade nel 2018 i cui valori sono scesi rispettivamente da 99 a 81 e da 96 a 80.
L’intenzione del presidente di Creval, Mirio Fiordi, era anche buona: «Pulire subito, voltare pagina e chiudere i conti col passato». Il problema della banca sono quelli di tutti, i crediti deteriorati, dai quali il Creval si aspetta una perdita massima di 770 milioni. Una parte di questi verranno ceduti, ma per ripartire serve comunque un aumento di capitale. Per realizzarlo la banca si è affidata a due advisor di rango, Mediobanca e Jp Morgan, che hanno dato una pre-garanzia, nel senso che vedranno come verrà accolta l’operazione dal mercato e poi decideranno se garantirla coi soldi propri. Nel migliore dei mondi possibili, questo lavoro gli advisor avrebbero dovuto farlo prima di annunciare l’operazione, perché sarebbe bastato un piccolo giro di telefonate nelle sale operative delle società di intermediazione per capire che aria tirava. Per tutti l’operazione è irrealizzabile, perché il Credito Valtellinese che vale in Borsa 160 milioni di euro sta chiedendo al mercato risorse pari a oltre 3,5 volte la sua capitalizzazione. Unicredit, che è la prima banca del Paese, ha agito allo stesso modo volendo chiudere in una sola volta tutte le pendenze, ma ha chiesto al mercato un aumento di capitale pari a solo una volta la propria capitalizzazione di allora, 13 miliardi. Per il momento a pagare sono gli azionisti, ma se l’aumento non andasse in porto è difficile che il Creval possa continuare a vivere da single senza mettere a repentaglio il risparmio dei clienti. Fiordi lo sa e ieri ha fatto sapere di cercare pretendenti.
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