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Crescita Ue e flessibilità, pressing italiano

ROMA Gli attacchi jihadisti di Bruxelles non hanno cancellato l’appuntamento fissato ieri a palazzo Chigi da Matteo Renzi con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici ma ne hanno inevitabilmente stravolto i contenuti. In oltre un’ora e mezza di colloquio i tre si sono concentrati quasi esclusivamente sulla situazione e le prospettive politiche dell’Unione europea e dell’Eurozona, prospettive su cui gli attentati kamikaze nell’aeroporto della capitale belga e le bombe in metropolitana ora pesano come macigni. Le riflessioni sono state tutte politiche, insomma, più legate al confronto in corso tra le famiglie socialiste europee che sui temi della programmazione di finanza pubblica italiane, su cui ormai da settimane l’interlocuzione tra Padoan e Moscovici prosegue senza sosta. Nel corso del vertice s’è parlato anche delle proposte italiane contenute nel position paper del febbraio scorso in cui si indica una strategia europea orientata alla crescita e una maggiore occupazione in un contesto di stabilità dei saldi; un testo che ha incontrato l’apprezzamento del commissario.
Sui conti, dunque, nessun confronto aggiuntivo in attesa della presentazione dell’aggiustamento richiesto all’Italia nella lettera Dombrovsky-Moscovici del 9 marzo scorso, che arriverà con il nuovo Documento di economia e finanza entro il 10 aprile. In ballo, come si sa, restano le famose clausole sulla flessibilità di bilancio richieste per il 2016 ma anche la prospettiva del 2017, su cui ieri è stato il commissario alla spending del Governo, Yoram Gutgeld, a confermare che l’impegno a proseguire su questa strada andrà avanti anche con la nuova legge di bilancio.
Prima di vedere Moscovici, ieri Padoan aveva presenziato alla presentazione dell’annuale rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica, riconoscendo come «l’equilibrio tra lo stimolo alla crescita economica attraverso la ricomposizione delle voci di spesa e di entrata e la contestuale e complessiva riduzione del deficit è una sfida difficile ma ineludibile». Parlando in Senato il ministro è anche tornato a difendere l’azione di spending review condotta fin qui: «La revisione della spesa è stata quantificata – ha ricordato Padoan – in 3,5 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015 e 25 miliardi nel 2016».
Tornando al nodo flessibilità, la partita con Bruxelles è in corso da settimane. Su un doppio canale, come detto: 2016 e 2017. Per quest’anno la situazione è quasi definita (come anticipato dal Sole 24 Ore del 9 marzo). I tecnici del Governo stanno mettendo a punto una manutenzione contabile da 2,3-2,4 miliardi che dovrebbe consentire, senza ricorrere a una manovra correttiva, di riportare il deficit da quota 2,6% al 2,4% al netto però della riconfigurazione della crescita prevista (ora stimata all’1,6% ma da ritoccare verso il basso). L’operazione dovrebbe essere messa nero su bianco con una Nota allegata al nuovo Def che, oltre al nuovo quadro macro, dovrebbe contenere un corposo Programma nazionale per le riforme e le linee guida della nuova fase di spending review senza però l’indicazione di cifre su questo versante.
Molto complessa è la trattativa sul 2017. Sulla base degli attuali trattati europei il nostro Paese non potrebbe utilizzare nuovi margini di flessibilità ad esclusione di quelli eventualmente collegati alla clausola investimenti, sempreché l’Italia riesca però a dimostrare di riuscire a spendere “in cofinanziamento” una quota di fondi Ue superiore a quella del passato. Ma il Governo insiste per beneficiare di una fetta consistente di flessibilità anche per 2017. E la conferma ieri è arrivata proprio dal commissario per la “spending” Gutgeld: «Il concetto di flessibilità l’abbiamo chiesto e ottenuto già l’anno scorso e quindi evidentemente su questa strada proseguiremo, bisogna parlarne».
Di più dal Governo non filtra. Secondo alcuni tecnici la richiesta sarebbe di 1-1,2 punti di Pil che farebbe salire il deficit previsto nel 2017 dall’1,1% al 2,2-2,3% (comunque più basso di quello di 2016, previsto al 2,4% dal Governo e al 2,5% dalla Commissione). In tutto 16-19 miliardi con cui sterilizzare anzitutto le clausole di salvaguardia fiscali da oltre 15 miliardi (Iva e accise). Bruxelles chiuderebbe, ma non del tutto. La mediazione in corso, visto anche il pressing in questa direzione della Francia, prevederebbe di utilizzare ancora per un anno una fetta di flessibilità almeno pari allo 0,5-0,6%. Per i tecnici più ottimisti si potrebbe chiudere a metà strada . Ma l’esito del confronto è tutt’altro che scontato.

Davide Colombo e Marco Rogari

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