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«Crescita più forte e con più lavoro»

Il via libera delle istituzioni europee ai conti dell’Italia rappresenta il miglior riconoscimento dello sforzo fiscale messo in campo dal Governo insieme con le riforme strutturali che ora «devono essere implementate fino in fondo». Pier Carlo Padoan parla in Senato il giorno dopo l’Ecofin che ha approvato la legge di Stabilità 2015 e dato il via libera all’ormai famoso piano Juncker da 315 miliardi (240 per opere infrastrutturali e 75 per le imprese) che dovrebbe far ripartire la spesa per investimenti. 
Ai senatori della commissione Politiche europee il ministro dell’Economia ha spiegato che non c’è stata alcuna gentile concessione da Bruxelles. C’è stato, invece, il riconoscimento dell’ambiente avverso nel quale è stata dispiegata l’azione di politica economica, un contesto che non dipende dall’Italia «ma è conseguenza di fattori esogeni». La regola del debito, che avrebbe imposto una correzione pari al 2% del Pil se applicata formalmente e che avrebbe «ammazzato la ripresa», risulta così soddisfatta per il 2015 ma non per sempre, ha sottolineato il ministro, aggiungendo che: «Il vero messaggio è che non si deve allentare l’aggiustamento struttural e». L’impegno sarà facilitato da una crescita che dovrebbe rivelarsi più forte delle aspettative. Parlando nel terzo giorno di operatività del Quantitative easing, Padoan ha riconosciuto il valore del piano lanciato dalla Bce ma ha anche detto che «la politica monetaria non basta».
L’acquisto massiccio di titoli di Stato da parte della Bce sta già dando i suoi effetti, innanzitutto con la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro. Un riequilibrio che Padoan considera «normale», visti i tassi di crescita al di qua e al di là dell’Atlantico e che sicuramente favorirà le esportazioni.
Quest’anno, ha poi sottolineato, «mi aspetto non solo più stimolo alla crescita ma, considerando le misure prese dal governo in Italia», dal Jobs act alla riduzione del costo del lavoro, «mi aspetto che la crescita aumenterà e sarà più ricca di lavoro di quanto sarebbe stato altrimenti».
Tra qualche mese s’innesterà su questo quadro anche l’effetto-Juncker. Partiranno cioè i primi finanziamenti garantiti a livello europeo destinati a far ripartire gli investimenti, affondati negli anni della crisi a livelli «storicamente inaccettabili». Il ministro ne ha spiegato alcuni dettagli: alla base del piano ci sono in primo luogo i progetti profittevoli, bancabili, o «junckerabili» (in settori cioè a fallimento di mercato, dove il rischio è troppo elevato per soli investitori privati), che saranno finanziati dal fondo strategico Efsi. «Inizialmente – ha spiegato Padoan – si pensava al conferimento diretto di risorse nel fondo da parte degli Stati, poi l’appetito da parte degli Stati membri a contribuire è venuto meno» e si è quindi optato per un’altra soluzione. Il fondo parte in pratica da una dotazione di base di risorse pubbliche per 21 miliardi (16 di risorse Ue e 5 della Bei). Questo capitale fa da garanzia ad altri 60 miliardi della Bei, sui quali – a questo punto con un doppio livello di garanzia – potranno «appoggiarsi» altri 240 miliardi di risorse private. Gli 8 miliardi della Cdp (così come quelli delle altre banche promozionali nazionali) si inseriscono dunque in quest’ultimo spazio.
Certo per tornare su sentieri di crescita precedenti alla crisi, che comunque era bassa, servirebbe molto di più, «servirebbero 700 miliardi di investimenti», dice Padoan, che torna infine a sollecitare un intervento più coraggioso della Bei: «Ci sono risorse abbondanti presso la Bei che possono finanziare progetti nuovi, non bisogna aspettare l’estate o l’autunno quando si prevede che partirà il meccanismo formale» del Fondo europeo per gli investimenti strategici.
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