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Crescita, la ricetta irlandese

«Abbiamo attraversato anni di difficoltà economiche enormi ma ora grazie ai sacrifici della nostra gente iniziamo a vedere i segni della ripresa economica, l’anno prossimo prevediamo un +2% di Pil. Siamo stati costretti a prendere decisioni molto dure per tornare ad essere competitivi e rendere i conti pubblici sostenibili. Abbiamo tagliato la spesa pubblica e alzato le tasse dei privati ma abbiamo anche puntato su un modello economico, su turismo, agricoltura, export e da ultimo sul mercato interno. Tutto questo ha funzionato, sta funzionando per noi: ma non propongo un “modello” irlandese, ogni Paese europeo è una storia a sé e questo è uno dei punti di forza dell’Eurozona». Paschal Donohoe, neanche quarantenne, è il ministro degli Affari europei dell’Irlanda. Ieri a Roma, ha incontrato il ministro Enzo Moavero Milanesi e ha imbastito il viaggio del premier Enrico Letta a Dublino, atteso in Irlanda entro le prossime due settimane.
Parla con entusiasmo dell’Italia, Donohoe, «del contributo straordinario, dato prima da Monti e ora da Letta, al dibattito europeo sulla crescita e alla necessità di trovare un migliore equilibrio tra misure per l’economia e per la sostenibilità dei conti pubblici». Ma parla con altrettanto entusiasmo, pur velato di prudenza, dei risultati che l’Irlanda ha già messo a segno e degli obiettivi futuri. «Siamo stati il secondo Stato a chiedere aiuto esterno ma saremo il primo a uscire dal programma di salvataggio», afferma fiero, ricordando che i titoli di Stato irlandesi al picco della crisi pagavano oltre il 14% ora sono scesi sotto il 4%, a volte meno dei BTp italiani. L’Irlanda intende chiudere il programma di bail-out questo dicembre per poi finanziarsi interamente sui mercati dal 2014.
La domanda vera è se Dublino riuscirà a fare tutto senza il sostegno esterno di una linea precauzionale dell’Esm. «Stiamo valutando tutte le opzioni. Oggi (ieri per chi legge, ndr) il ministro dell’Economia Noonan ha incontrato l’Fmi, abbiamo già parlato con la Commissione europea e la Bce: cercheremo la soluzione migliore per garantire un’uscita sostenibile dalla procedura di salvataggio». L’Irlanda non sembra abbia voglia di chiedere altri aiuti esterni, neppure quelli delle linee precauzionali con condizionalità soft. Donohoe ribadisce che «rifinanzieremo il debito pubblico totalmente sul mercato dall’anno prossimo, lo dobbiamo alla nostra gente, è il dividendo, il riscatto dei loro sacrifici. Avere successo sarà importante per tutta l’Europa, non solo per noi».
Il debito/Pil dell’Irlanda è ora al 124% ma questo dovrebbe essere il picco, dal quale iniziare la discesa già dall’anno prossimo. Uscire dalla crisi, per l’Irlanda, significa consolidare la crescita (+2% nel 2014), l’avanzo primario, il deficit/Pil (sotto il 5% nel 2014, sotto il 3% nel 2015) e soprattutto abbattere la disoccupazione che si è già portata sotto il 13,5% dal picco del 15 per cento. «Ogni mese cala e lo fa già da qualche tempo – commenta Donohoe -. Il settore privato sta generando 3.000 nuovi posti di lavoro al mese: ma negli ultimi tre anni ne abbiamo persi 250mila».
Sono state le banche a mettere in ginocchio l’Irlanda o qualche colpa ce l’ha anche l’euro? Donohoe, europeista convinto, afferma che la verità sta nel mezzo. «Quando parliamo dell’euro dobbiamo riconoscere che l’unione monetaria non equivaleva all’unione economica e che abbiamo dovuto correggere il tiro, queste carenze iniziali. Ma ogni Paese deve anche essere onesto e non scaricare sull’euro e su Bruxelles i mali e le mancanze del proprio sistema. L’Unione bancaria servirà a spezzare il circolo vizioso tra banche e Stato: è un passaggio essenziale per rafforzare il progetto della moneta unica. Ma sarà la crescita a cementare il futuro dell’euro».

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