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Crescita globale rivista al ribasso

Il mondo gira. L’economia pure. I Paesi emergenti, che hanno trainato lo sviluppo globale durante i lunghi anni della crisi, stanno in qualche modo passando il testimone ai Paesi sviluppati? Non siamo ancora a questo punto, se non altro a livello di percentuali di crescita, ma nell’outlook autunnale presentato ieri dall’Ocse c’è l’abbozzo di uno scenario simile, il segnale evidente di un cambiamento di tendenza.
Se infatti le previsioni sull’andamento dell’economia mondiale sono state sensibilmente riviste al ribasso rispetto al rapporto di maggio (dal 3,1% al 2,7% per il 2013 e dal 4% al 3,6% per il 2014) la causa questa volta va appunto cercata dalla parte degli emergenti. Le stime per i 34 Paesi della zona Ocse sono rimaste invariate (1,2 e 2,3%), quelle per la zona euro sono migliorate per l’anno in corso (da -0,6% a -0,4%) e rimaste stabili per il prossimo (da 1,1% a 1%). Così come quelle relative agli Stati Uniti: 1,7% quest’anno (rispetto all’1,9%) e 2,9% nel 2014 (2,8%).
Mentre per la Vecchia Europa ci sono molte buone notizie, soprattutto per quanto riguarda l’anno prossimo: le previsioni sono migliorate praticamente per tutti i Paesi (con la sola eccezione della Germania, che arretra dall’1,9% all’1,7%), con la Gran Bretagna che passa addirittura dall’1,5% al 2,4 per cento.
Tutte al ribasso, invece, le stime relative ai grandi emergenti: nel 2014 il Brasile passa dal 3,5% al 2,2%, l’India dal 6,6% al 5,1%, l’Indonesia dal 6,2% al 5,6%, la Russia dal 3,6% al 2,3%, l’Africa del Sud dal 4,3% al 3 per cento. In pratica si salva solo la Cina, che scende dall’8,4% all’8,2% (ma arretra al 7,5% nel 2015). Mentre la Turchia passa dal 4,6% al 3,8 per cento.
«Cina a parte – commenta il vice segretario e capo economista dell’Ocse Pier Carlo Padoan – le fragilità degli emergenti sono chiaramente apparse in occasione delle turbolenze successive all’annuncio da parte della Fed di un prossimo irrigidimento della politica monetaria americana e di un progressivo stop agli acquisti massicci di liquidità». Con episodi di vere e proprie fughe di capitali dai Paesi con un più forte deficit della bilancia corrente.
Complessivamente, «l’economia mondiale continua a crescere a un ritmo moderato, con un’accelerazione attesa per il 2014 e il 2015», anche se ci sono alcuni rischi all’orizzonte che potrebbero creare nuove difficoltà. Il primo è appunto rappresentato dal rallentamento e dall’instabilità degli emergenti, che vanno seguiti e gestiti con grande attenzione.
Il secondo riguarda, in prospettiva, la questione del debito americano. «Su questo tema – sottolinea Padoan – si è sfiorata una crisi potenzialmente catastrofica. Abbiamo provato a calcolare cosa potrebbe succedere in questo caso e i risultati sono drammatici: una recessione fino al 6,8% negli Stati Uniti, che ovviamente si ripercuoterebbe in tutto il mondo, con 5 milioni di disoccupati in più solo nell’area Ocse. È quindi necessario che gli Stati Uniti aboliscano questa nozione del tetto del debito, disinnescando la bomba, e nel contempo adottino una strategia di riduzione della spesa a medio termine».
Il terzo è quello della delicatezza e della complessità del processo di uscita, da parte della Fed, dall’attuale fase di politica monetaria molto accomodante, «con un rialzo dei tassi a partire dal 2015, quando la ripresa si sarà consolidata». Il quarto concerne l’ampiezza del debito pubblico giapponese. «Tokyo – dice Padoan – deve varare un piano di risanamento fiscale dettagliato e credibile, che consenta di raggiungere l’obiettivo di un surplus primario nel 2020».
Quanto all’eurozona, Padoan sostiene che «la Bce ha ben reagito, ma ormai ha margini di manovra molto scarsi ed è quindi chiamata a riflettere su misure supplementari e non convenzionali qualora la prospettiva di una deflazione dovesse farsi più concreta».

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