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Crescita duratura ed elevata soltanto con le riforme

La ripresa è debole ma c’è. E va aiutata in un quadro di politica di bilancio in continuo equilibrio tra rigore e sostegno dell’economia. Soprattutto con l’attuazione delle riforme strutturali che sono state varate e che sono ancora al vaglio di Governo e Parlamento, perché «la politica monetaria da sola non può garantire una crescita duratura ed elevata». 
L’analisi del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, conferma la fragilità della congiuntura nazionale rispetto alle dinamiche dagli altri paesi dell’area monetaria ma sottolinea l’uscita dalla lunga recessione. L’aumento del prodotto interno nel primo trimestre «proseguirebbe in quello in corso e nei successivi» grazie a un’accelerazione delle esportazioni, un recupero della domanda interna e una dinamica finalmente positiva degli investimenti. Visco nelle sue Considerazioni cita un dato per significare il riposizionamento del Paese nel quadro competitivo globale: il ritorno in positivo del saldo della bilancia dei pagamenti (attorno al 2% del Pil) dopo una correzione di cinque punti messa a segno dal 2010. E ricorda, poco dopo, la «significativa ripresa degli afflussi di capitali esteri per investimenti di portafoglio, anche in azioni e obbligazioni di banche e imprese».
Insomma è quello che il ministro Pier Carlo Padoan, assente di rito all’Assemblea annuale di palazzo Koch, chiama «finestra di opportunità». Che va colta fino in fondo per migliorare le condizioni di contesto e semplificare il quadro normativo che impedisce «lo spostamento di risorse produttive verso le imprese più efficienti»?uno dei principali meccanismi alla base della «crescita delle produttività».
Visco rimanda al testo della Relazione per citare un fronte di riforma, quello della pubblica amministrazione, ancora in fase di discussione alla Camera con la delega Madia. Nonostante i progressi degli ultimi anni il carico di oneri amministrativi e da adempimento percepito dalle imprese resta elevato e va ridotto, fa intendere il Governatore. Così come sono da colmare in fretta altri ritardi nell’implementazione delle riforme; ritardi che poi in larga parte coincidono con quelli segnalati anche dalla Commissione europea nel Rapporto di marzo, dove si segnalano gli squilibri più importanti dei paesi dell’Unione. L’Italia è stata apprezzata, e lo ha ribadito anche ieri Bankitalia, per la riforma del mercato del lavoro e la riduzione del cuneo fiscale (il bonus da 80 euro sarebbe stato speso al 90% secondo le analisi sui consumi delle famiglie), per la riforma della scuola e della governance della banche popolari. Sul Jobs act, più in particolare, l’enfasi è arrivata sulla necessità di «una compiuta integrazione» tra politiche attive e passive del lavoro, un riferimento esplicito ai quattro decreti legislativi ancora da approvare dopo il decollo del contratto unico a tutele crescenti. Nella Relazione, proprio su questo punto, il richiamo è poi a schemi di assicurazione contro la disoccupazione nell’area dell’euro, oggetto di riflessione sulla cosiddetta “fiscal capacity”, ossia un’autonoma capacità di reperire risorse da parte dei diversi paesi per la stabilizzazione macroeconomica e il finanziamento delle riforme. Prospettive lontane, certo, verso quell’Unione di bilancio che potrebbe seguire all’Unione bancaria.
Tornando al fronte interno nella Relazione si ricorda poi con l’Ue che resta ancora «incerto» l’esito della spending review, che per l’anno prossimo deve garantire dieci miliardi di minori uscite per scongiurare l’aumento di Iva e accise. Sono in ritardo le privatizzazioni e pure l’attuazione della delega fiscale. Altro fronte di attenzione (e di ritardo da recuperare) è quello del diritto fallimentare, indicato nella Relazione quasi come un’incompiuta visti i tempi «lunghi e incerti» sugli esiti di una crisi di impresa che si riflettono poi sui bilanci delle banche e la loro capacità di erogare credito.
«Per legge – dice in un passaggio finale delle Considerazioni Visco – non si produce ricchezza e non si creano posti di lavoro in modo sano e stabile; né si possono ignorare i vincoli di bilancio, se non a prezzo di gravi danni». Appena chiusi gli anni del consolidamento di bilancio mantenendo il disavanzo entro il limite del 3 per cento, ora la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica può essere garantita «grazie anche agli interventi di riforma del sistema pensionistico». Un riferimento, quest’ultimo, non casuale, visto che il Governo ha appena mandato in Gazzetta un decreto per rimborsare l’indicizzazione perduta nel 2012-2013 del valore di oltre due miliardi. E visto il dibattito che s’è riaperto sulla necessità di introdurre una maggiore flessibilità dei requisiti di pensionamento.
Il Governatore non fa alcun riferimento a questi aspetti ma si limita a collegare il passaggio sulla riforma delle pensioni alla più grande criticità dell’economia nazionale, il livello del debito pubblico, salito dall’inizio della crisi economica e finanziaria di oltre 30 punti percentuali e ora al 132% del Pil. Un livello preoccupante, soprattutto in un contesto di inflazione particolarmente bassa se non di deflazione, che si potrà ridurre solo con una crescita più elevata del reddito nominale senza mollare la barra della politica di bilancio.

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