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Cresce il popolo degli scoraggiati in 717 mila non cercano un lavoro

Quasi un milione di occupati in meno nell’anno della pandemia: 945 mila, tra febbraio 2020 e febbraio 2021. E un’esplosione di inattivi: 717 mila lavoratori in più che non sono né occupati né disoccupati. Dati allarmanti, ma frutto anche di un travaso statistico che fa discutere.
Le nuove regole
L’Italia, come tutti i Paesi europei, dall’1 gennaio applica il nuovo Regolamento Ue del 2019, voluto per armonizzare le rilevazioni campionarie sulla forza lavoro e renderle più confrontabili. Ma poiché, in base alle nuove indicazioni, ch i non lavora da più di tre mesi – perché in cassa integrazione o autonomo – non si deve considerare occupato come oggi, il conto degli inattivi ufficializzato ieri da Istat si è gonfiato e la crisi del lavoro appare molto più grave. Non solo. Si assiste pure al controsorpasso in negativo degli uomini sulle donne: il tasso di occupazione maschile cala più di quello femminile, mentre il tasso degli uomini inattivi si alza a specchio molto più dell’analogo femminile. Il motivo è presto detto: i settori coperti dalla Cig nell’ultimo anno sono a prevalenza di occupati uomini. Includerli tra gli inattivi fa sballare le statistiche.
I dubbi
Ma è giusto non considerare occupati quei lavoratori che, seppur cassintegrati da oltre tre mesi, ricevono una retribuzione? «In teoria sì, difficile definire come occupata una persona ferma da tre mesi », risponde Andrea Garnero, economista del lavoro presso l’Ocse. «Ma se la modifica metodologica, accolta da Istat, ha un suo senso, la tempistica è assai sfortunata. La pandemia sporca la lettura dei dati e sarebbe sbagliato prenderli troppo alla lettera. Nulla è cambiato rispetto a quanto diciamo da mesi: la crisi si è scaricata soprattutto sui lavoratori deboli e precari, a partire da donne e giovani».
Cosa cambia ora
Garnero ha confrontato i nuovi dati con i vecchi – l’Istat ha ricalcolato tutte le serie dal 2004 al dicembre 2020 – e ha scoperto differenze non da poco. Tra febbraio e dicembre dello scorso anno, nei mesi straziati dal Covid, l’Italia ha registrato con i vecchi dati, 425 mila occupati in meno, diventati ora 767 mila col riconteggio. Un balzo dell’80%. La differenza – 342 mila è per lo più ascrivibile ai lavoratori in Cig da più di tre mesi, transitati ora negli inattivi. La stessa curva degli occupati sembrava stabilizzata da aprile, ora peggiora dall’autunno. E ancora: con i dati vecchi gli occupati a tempo indeterminato erano cresciuti, seppur di poco, perché protetti dal divieto di licenziamento. Ora calano anche loro, sempre per effetto dell’uscita dei lavoratori in Cig dal novero degli occupati. Con i vecchi dati il conto della crisi sembrava pagato per tre quarti dalle donne, ora uomini e donne sono appaiati. Anche gli over 50, prima leggermente beneficiati in termini di maggiore occupazione, ora stabili. Mentre i giovani di tutte le fasce di età si confermano i più danneggiati. «In tempi normali questo cambio di metodologia statistica sarebbe passato come inosservato, roba da iper specialisti», osserva ancora Garnero. «Ora rischia di confondere le acque e di deviare l’incisività delle politiche».
Gli impatti
Perché è questo il punto. Cosa fare di fronte al nuovo scenario? È chiaro che la Cig ha agito come un ombrello a protezione dei lavoratori, ma anche di tante imprese zombie che quando il divieto di licenziare finirà salteranno. Molti (ma non tutti) degli attuali cassintegrati, da inattivi – come li considera l’Istat ora – rischiano di finire nell’altra categoria: quella dei disoccupati. Per questo i sindacati chiedono di allungare le protezioni fino alla fine della campagna vaccinale, per evitare lo “tsunami sociale”. Avvertendo che ampliare il bacino degli inattivi può essere fuorviante, soprattutto perché nasconde le vere emergenze irrisolte: precari, donne, giovani.
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