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Cresce lo spread sui prestiti alle imprese

Non c’è quantitative easing che tenga: i soldi che arrivano alle imprese sono sempre di meno e il costo del denaro resta alto, sia rispetto al tasso di riferimento Bce sia rispetto alla media della zona euro. L’ultimo bollettino mensile dell’Abi pubblicato ieri dopo la riunione del direttivo, non lascia dubbi sulle tensioni del mercato del credito e traduce in cifre le difficoltà dei mesi scorsi.
In settembre il tasso d’interesse sui prestiti bancari alle società non finanziarie era pari al 3,75%, in crescita di 41 punti base rispetto ad agosto e di una ventina rispetto all’anno scorso. Ciò che colpisce è lo “spread” bancario, la differenza, cioè, tra quanto pagato dalle imprese per indebitarsi e i costi del funding per le banche. Rispetto al tasso di riferimento Bce, per le imprese la differenza è di 3 punti percentuali tondi tondi, 300 punti base.
Per i mutui concessi alle famiglie sale addirittura a 308 pb. Un anno fa – nonostante il tasso di riferimento della banca centrale fosse il doppio rispetto allo 0,75% di oggi – lo spread era di 194 punti. Prima della crisi (2007) era sotto quota 100 e il confronto diventa ancora più disarmante se anziché il tasso Bce si prende come riferimento l’Euribor a tre mesi che nella prima decade di ottobre è sceso al minimo storico di 22 centesimi.
Le spiegazioni di questa vischiosità dei tassi praticati a famiglie e imprese sono più d’una, ma si riassumono nel “rischio Paese” che emerge nel confronto tra i tassi d’interesse armonizzati applicati in Italia e quelli dell’area euro: per le operazioni fino ad un milione in Italia le banche chiedono in media il 4,55%, 62 punti base più della media dell’area euro. «I tassi italiani – spiega l’Abi – incorporano il maggior costo della raccolta indotto dal più elevato livello del rendimento dei titoli pubblici».
Insomma, se un BTp rende il 4,78% (come a settembre) questo si ripercuote nelle scelte delle banche, sia nella raccolta che nei prestiti a impese e famiglie. Questi ultimi il mese scorso hanno subito una contrazione del 2,57%: il punto più basso per un aggregato che prima della crisi cresceva a doppia cifra. «Non c’è domanda di credito per nuovi investimenti» sostiene Gianfranco Torriero, responsabile dell’ufficio studi dell’Abi « ma solo per ristrutturazioni» di posizioni già aperte. Il dato assoluto è di 1.484 miliardi di impieghi a fine settembre per famiglie e imprese, 40 miliardi in meno rispetto a un anno prima.
La maggiore selettività degli istituti di credito nel concedere prestiti alle imprese va letta anche alla luce dell’aumento delle sofferenze nette che ad agosto sono cresciute di un altro miliardo e mezzo portando il fardello del sistema bancario a 65,7 miliardi: +20,7% rispetto ad un anno prima, quasi un miliardo al mese. Il quadro tetro si completa con l’ulteriore impennata del rapporto sofferenze-impieghi al 3,41%, record degli ultimi tredici anni.

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