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“Cresce la credibilità dell’Italia sui mercati Nel 2015 l’incognita sarà la Germania”

«Riforme come quella del mercato del lavoro, che ha infranto decenni di rigidità, o pacchetti finanziari complessivamente abbastanza solidi come la legge di Stabilità, malgrado le inevitabili eccezioni, dimostrano che qualcosa sta cambiando in positivo in Italia. E i mercati sicuramente l’apprezzeranno ». Joachim Fels, capo economista globale della Morgan Stanley, da tempo non spendeva parole di fiducia così convinte per il nostro Paese, che conosce bene anche per aver studiato alla Johns Hopkins di Bologna. «Sappiamo che servono molti decreti attuativi, e che altre riforme devono seguire, ma agli operatori piace la scoperta che in Italia finalmente si può passare dalle parole ai fatti, che come altrove si riesce pur fra tante traversie a varare delle riforme vere. L’esperienza degli altri Paesi dimostra che se la fiducia viene riguadagnata, come sta avvenendo in Italia, una serie di conseguenze favorevoli fa seguito. Servirà tempo ma la giusta via è imboccata».

A quali esperienze estere si riferisce in particolare?
«Se andiamo indietro di vent’anni c’è la Gran Bretagna che, ci piacessero o meno alcune riforme, ha ripreso vigore da allora. Se ci fermiamo a dieci anni fa guardiamo alla Germania, più vicina nel tempo c’è la Spagna che è riuscita a riprendersi da una spaventosa crisi riformando anch’essa il lavoro, risanando le banche, attuando altre misure che hanno dato competitività alle aziende migliorando la capacità di export. Oggi la Spagna è una locomotiva per la crescita europea».
Dall’Europa è stata anche aiutata non poco…
«Ma le riforme importanti le ha fatte da sola. Nelle nostre previsioni 2015, Madrid spicca con un +2,2% di crescita, il doppio della Germania. Le dirò di più: se una nuova crisi dell’euro esploderà fra tre o cinque anni, l’anello debole sarà la Germania, che magari chiederà concessioni fiscali…» E perché? Il mondo alla rovescia?
«In Germania il costo del lavoro sta crescendo e qualcosa si è incrinato nella struttura competitiva. Comunque, se la crescita 2015 sarà dell’1,1%, nel 2016 tornerà all’1,8, sempre sotto la Spagna però che andrà avanti con un altro 2,2».
E l’Italia?
«La recessione è finita ma la ripresa sarà lenta: prevediamo un +0,2% nel 2015, dopo il – 0,4 del 2014, e poi un +1% nel 2016. Uno dei problemi è la dipendenza dalle politiche della Bce, che fronteggia fra spiccate divisioni interne una dura battaglia contro la deflazione, in Italia più dannosa che altrove perché grava sul debito. La Bce è ancora lontanissima dal traguardo come del resto la Fed che infatti posticiperà i rialzi dei tassi».
A quando saranno rinviati gli aumenti dei tassi Usa?
«Almeno alla fine del 2015. Ciò non vuol dire che il dollaro tornerà a scendere perché non perde forza “attrattiva”. Continuerà la sua salita verso l’euro, il che ovviamente agevola le esportazioni europee. Non perderà forza perché l’economia americana resta sostenuta, anzi abbiamo appena rialzato le previsioni per il 2015 dal 2,8 al 2,9%, e prosegue il flight to quality dai Paesi emergenti, prima di tutti la Russia che vedrà accentuarsi la sua crisi».
Tornando alla deflazione, non giova al suo contrasto il crollo dei prezzi del petrolio, pur benvenuto sotto altri fronti…
«Il calo, che non riusciamo a spiegarci neanche noi perché imperscrutabili sono le scelte di alcuni Paesi produttori, è oggi il fattore macroeconomico più rilevante, non intaccato da vicende internazionali che in altri momenti avrebbero portato ad impennate. Pesa sulla lowflation, l’inflazione troppo bassa, ma al netto è positivo: ogni 10% di discesa del greggio vale uno 0,1% di crescita mondiale. E infatti stiamo rivedendo al rialzo le nostre stime globali, ora nettamente superiori al 3,5% per l’anno prossimo, malgrado la persistente debolezza dell’area euro e della Cina. L’importante è che i risparmi energetici non vengano tesaurizzati ma investiti, perché di investimenti in tutto il mondo c’è un drammatico bisogno».
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