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Cresce il rischio tempesta perfetta

Due notizie di stampa russe, ieri mattina, facevano compagnia a quelle sul tracollo disperato del rublo: la prima sembrava venire da un mondo a sé. Annunciava che, per il 15° anno consecutivo, un sondaggio ha assegnato a Vladimir Putin il titolo di “Persona dell’anno”.

E questo con un tasso di popolarità doppio, rispetto a quello messo a segno l’anno scorso. La seconda notizia, invece, era molto più in sintonia con la gravità della giornata. Gazprom, un tempo onnipotente monopolio del gas, starebbe pensando a una drastica riduzione dei suoi 459mila dipendenti, un taglio tra il 15 e il 25%: lo scrive Interfax, citando fonti della compagnia. Se confermata, la notizia andrebbe ad aggiungersi ai campanelli d’allarme che iniziano a denunciare l’impatto della crisi sull’economia reale russa. Portando i tassi di interesse a livelli che il Paese non può sostenere a lungo, rendendo proibitivi gli investimenti:?la Banca centrale sacrifica la crescita nel tentativo di ristabilire una certa stabilità finanziaria. Ma è sull’aumento dei salari, i posti di lavoro, la difesa delle spese sociali che Putin si è conquistato – in 15 anni al potere – la popolarità di “Persona dell’anno”.
Un triste anniversario
Non era così che il presidente immaginava di festeggiare il suo anniversario. Quindici anni fa, il 31 dicembre 1999, Boris Eltsin apparve in tv per consegnare al suo ultimo premier, fino a poco prima sconosciuto, le chiavi del Cremlino. I prezzi del petrolio, il cui calo aveva contribuito al default del 1998, avevano già iniziato a riprendersi, rendendo possibile il boom del primo decennio di Putin presidente: dandogli la possibilità di tornare a pagare pensioni e stipendi in tempo, di sbriciolare la mole del debito estero, di ridare orgoglio al Paese. È tutto quello che si vorrebbe celebrare nel progetto “I 15 anni di Putin, l’inizio di una nuova era”, un’iniziativa che da giorni troneggia sul sito internet dell’agenzia Tass: un confronto tra lo stato dell’economia ereditato dal presidente e i progressi compiuti in questi anni, nei vari settori industriali. Dall’agricoltura all’energia, foto in bianco e nero di strutture fatiscenti che si trasformano in colorati impianti d’avanguardia. Non c’è stato tempo per arrivare a una trasformazione completa dell’economia, sganciandola da gas e petrolio. E ora, l’ombra di questa crisi.
Finora Putin ha ostentato grande tranquillità, e la convinzione che né le sanzioni occidentali né il calo dei prezzi del petrolio potranno mettere a rischio la stabilità raggiunta dal Paese. «Non vedo perché non dovrebbe preoccuparsi – diceva qualche settimana fa Konstantin Sonin, professore della Scuola Superiore di Economia di Mosca – ma non bisogna fare caso a quello che dice: Putin non capisce l’economia». Mentre l’impatto dell’inflazione sui prezzi dei generi alimentari, o della svalutazione su mutui e debiti in valuta, oppure le rinunce a viaggi e acquisti sono fatti ben chiari a chi inizia a pagare personalmente il prezzo della crisi. È la stessa Banca centrale a riconoscere il legame diretto tra il destino dell’economia russa e il petrolio, su cui si appoggiano i conti pubblici. Se il prezzo del greggio dovesse restare intorno ai 60 dollari il barile, ha fatto sapere Bank Rossii nel lunedì nero del rublo, nel 2015 la recessione potrà arrivare al 4,5-4,7 per cento.
Le sfide per Putin
Gli osservatori di questa “tempesta perfetta” – in cui il calo del petrolio si è sommato al peso delle sanzioni internazionali su banche e imprese che non possono più contare sui finanziamenti dall’estero per onorare i propri debiti – si dividono in due campi: chi ritiene che la Russia ha risorse sufficienti per affrontarla, e chi disegna scenari più traumatici, ricordando quello che avvenne all’Urss o alla Russia del ’98 dopo lunghi periodi di petrolio a basso prezzo, chiedendosi quanto potrà resistere la popolarità del presidente.
Putin la metterà alla prova domani, nella lunghissima “conversazione” in cui risponde per ore a domande e osservazioni trasmesse da ogni angolo della Russia. Uno spettacolo pilotato che non lo vede mai davvero in difficoltà, che gli permette di concentrarsi sugli aspetti positivi dell’anno trascorso e che certamente domani lascerà ampio spazio alla celebrazione patriottica del ritorno della “sacra” Crimea alla madrepatria.
In cerca di risposte
Ma come dimostra il crollo del rublo, mai come questa volta i russi avranno bisogno di risposte. Nel discorso alla nazione del 4 dicembre, Putin aveva affrontato il problema del rublo minacciando di «far passare agli speculatori la voglia di giocare» con la moneta russa. Che, da quel giorno, ha proseguito il suo declino. Che dirà Putin, come potrà rassicurare i suoi? Le iniziative a cui ha accennato in quel discorso al Cremlino – un’amnistia per far rientrare i capitali, agevolazioni fiscali alle piccole e medie imprese – non sembrano aver convinto. I discorsi degli anni passati non erano molto diversi.
Ma se questa situazione durerà a lungo, tutto quello che Putin ha realizzato nei suoi primi anni verrà messo in pericolo. Le riserve della Banca centrale o dei fondi sovrani cresciuti sui proventi del petrolio non basteranno in eterno a sostenere il rublo o le grandi imprese e le banche che, il prossimo anno, dovranno trovare 134 miliardi di dollari per rispettare le scadenze sui debiti.
Nel novembre scorso, a Pechino, Vladimir Putin consegnò al presidente cinese Xi Jinping un pacchetto, con uno smartphone Yota: il primo telefonino al mondo con due schermi (di cui uno consultabile anche a batteria spenta, in stile Kindle). La dimostrazione che un brand russo può far parlare di sé nel mondo anche al di fuori dell’export di gas. Ma ci sono troppe poche Yota in Russia, per ragioni che gli economisti non fanno che ripetere nelle loro analisi, puntando il dito sulla presenza soffocante dello Stato e della sua burocrazia, l’ossessione per il controllo, la corruzione, la mancanza di investimenti, la diffidenza verso le riforme e l’iniziativa privata che ora dovrà scontare anche un costo del denaro proibitivo, oltre al gelo con l’Occidente.
La via d’uscita dalla crisi passa per ciascuno di questi aspetti, e si potrebbe riassumere nel tweet con cui Aleksej Kudrin, l’ex ministro delle Finanze uscito dal governo perché?in disaccordo con il ritmo troppo lento delle riforme, ieri ha commentato la scelta della Banca centrale:?«Una mossa a cui il governo deve far seguire misure che rafforzino la fiducia degli investitori nell’economia russa».

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