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Cresce il patrimonio delle imprese

Segni particolari: bassa patrimonializzazione. È questo il tratto distintivo e al tempo stesso il tallone d’Achille delle imprese italiane. Eppure qualcosa, timidamente, si muove. Secondo gli ultimi dati disponibili sulla base dei bilanci 2014, infatti, il saldo del patrimonio netto è aumentato di 21 miliardi a quota 489,6 miliardi. Lo rivela la fotografia scattata da K Finance, partner equity markets di Borsa Italiana, sui libri contabili di 31.153 società con un fatturato superiore a 5 milioni di euro censite dalla banca dati Aida di Bureau Van Dijk. Siamo ancora lontani dai 200 miliardi quantificati dalla Banca d’Italia per colmare il divario con i concorrenti europei, ma l’inversione di tendenza, imboccata nel 2013, sembra proseguire e rafforzarsi. In quell’anno l’equity dello stesso campione di imprese era infatti aumentata di 12,8 miliardi e ora ha compiuto un ulteriore scatto in avanti.
«È l’effetto del credit crunch, che ha costretto le imprese a cercare nuove forme di finanziamento per riequilibrare il rapporto tra mezzi terzi e mezzi propri, ma anche degli incentivi legati all’Ace (l’Aiuto alla crescita economica). Un mix di fattori che sta gradualmente sfatando un luogo comune» dice l’amministratore delegato di K Finance Filippo Guicciardi. «In un momento di difficoltà di accesso al credito – gli fa eco Barbara Lunghi, responsabile dei mercati per le Pmi di Borsa Italiana – le aziende hanno compreso che era necessario mettere “fieno in cascina” per rilanciarsi. Fino allo scorso anno si è trattato di una strategia difensiva legata a una situazione contingente, adesso si sta delineando sempre più come una prassi e auspichiamo che si consolidi ulteriormente per allinearsi agli altri Paesi europei».
A compiere questo passo sono state 22.552 imprese, pari al 72,4% del campione esaminato, che hanno aumentato l’equity di 42,6 miliardi. In quasi 9mila (8.601 per la precisione) hanno invece visto diminuire il loro patrimonio netto di 21,6 miliardi. Il miglioramento dell’equity ha interessato 13 settori su 17 esaminati. In testa con un aumento del patrimonio netto del 55% è quello delle auto e della componentistica. Seguono il turismo (+13%) e la salute (+8,1 per cento). Una performance che non stupisce perché si tratta degli stessi settori che in un ordine diverso erano saliti sul podio dell’attrattività finanziaria calcolata sulla base dei ricavi, della redditività e della riduzione dell’indebitamento(si veda Il Sole 24 Ore del 18 gennaio scorso). La vera sorpresa è il commercio, che ha aumentato l’equity del 7,6% sulla scia del miglioramento dei consumi. Il patrimonio netto è invece in diminuzione in 4 settori: tlc, petrolio e gas naturale, media e utilities.
La tendenza resta circoscritta alle grandi imprese con un fatturato superiore ai 200 milioni. Insieme rappresentano il 2,3% appena del campione ma circa la metà (9,9 miliardi) del patrimonio netto generato è opera loro. A muoversi sono però anche le aziende con ricavi tra 50 e 100 milioni che hanno aumentato l’equity di 3,6 miliardi contro gli 1,7 miliardi dell’anno precedente. Nelle retrovie restano quelle di più piccole dimensioni. «Una nuova conferma – rileva Guicciardi – della necessità di crescita dimensionale».
Tra le strade per avere spalle più larghe, oltre alla possibilità di reinvestire gli utili in azienda, ci sono anche l’aumento di capitale, il debutto in Borsa per raccogliere nuovi capitali e l’apertura della compagine azionaria a un fondo di private equity, spesso combinati. Negli ultimi due anni le Pmi hanno ricominciato a guardare con interesse al mercato. Nel 2014 su 26 sbarchi in Borsa, infatti, ben 21 hanno riguardato Aim Italia, il segmento dedicato alle piccole e medie imprese. In totale la raccolta sui mercati di Borsa Italiana è stata di 2,87 miliardi. Il trend è proseguito anche nel 2015 con il record di ammissioni dal 2007, a quota 32 di cui 27 Ipo. Di esse ben 18 su Aim Italia per una raccolta complessiva su entrambi i mercati di oltre 5,7 miliardi. Il filo rosso che lega chi sceglie questa strada, spiega Lunghi, è «l’esigenza di finanziare la crescita». Nel 2016 finora si sono quotate due società (Ferrari sul mercato principale ed Energica su Aim Italia), ma, precisa la responsabile dei mercati per le Pmi «ce ne sono 4-5 in rampa di lancio per i prossimi mesi». Per aumentare ulteriormente il bacino delle quotate su Aim Italia, conclude Lunghi, «è necessaria una platea di investitori che sappiano guardare alla performance di lungo periodo in un segmento che è più al riparo dalle turbolenze legate alla situazione macreoconomica».
Un altro passo per rafforzare il patrimonio è rappresentato dal private equity, in particolare dal segmento «expansion». Nei primi sei mesi del 2015 sono 43 le società (rispetto a 40 di un anno prima) che hanno aperto le porte a un socio di minoranza con nuove risorse per 266 milioni. «Le imprese italiane – dice il dg dell’Aifi, Anna Gervasoni – sono ora disposte ad aprire il loro capitale per finanziare la crescita. Per consolidare il trend occorre incentivare gli investitori internazionali a scommettere sul nostro Paese».

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