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Cresce ancora l’imposta di soggiorno, la tassa nascosta sulle vacanze

Sono ormai più di 1.100 i Comuni che applicano l’imposta di soggiorno. Uno su otto. Con un gettito complessivo che quest’anno si stima superiore a 600 milioni. E un effetto non trascurabile sulle tasche dei viaggiatori. Per un weekend in una città d’arte, una coppia può spendere fino a 24 euro. Per una vacanza di due settimane al mare, una famiglia con due bambini può arrivare a 45 euro.

New entry e aumenti in corso d’anno

Dopo lo stop ai rincari locali del 2016, l’imposta di soggiorno è stata sbloccata dalla manovrina di primavera del 2017. E le conseguenze non si sono fatte attendere: nel 2018 l’hanno introdotta 155 Comuni, mentre quest’anno l’anno già adottata in 51, portando così il totale a 1.128.

A Brescia, Alassio e Porto Venere si paga dal 1° aprile scorso, mentre a Tortoreto la nuova tassa scatterà il 15 giugno e ad Alba Adriatica il 1° luglio. Tra i Comuni che hanno aumentato il prelievo, Rimini, Verona e Viterbo. In controtendenza Siena, che l’ha ridotta per le strutture extralberghiere.

Tutte insieme, le città che applicano l’imposta di soggiorno coprono il 75% dei pernottamenti registrati ogni anno in Italia, secondo quanto ha riferito il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, all’assemblea generale della federazione all’inizio di maggio.

Il prelievo cambia molto sul territorio. Gli esempi elaborati per Il Sole 24 Ore dall’Osservatorio nazionale sull’imposta di soggiorno Jfc mostrano con chiarezza le differenze. Una coppia che trascorre un weekend lungo (tre pernottamenti) in una città d’arte spende 24 euro a Roma, Milano o Firenze, 16,80 euro a Torino, 15 a Napoli e 9 a Palermo. Divario ampio anche per le destinazioni balneari.

Una famiglia con due bambini di sei e 11 anni, per due settimane a luglio o agosto, a Viareggio subirà un prelievo di 40 euro, a Rimini di 28 e ad Alassio di 10 euro.

L’utilizzo del gettito e le intese con Airbnb

Insieme al numero dei Comuni che la adottano, cresce anche il gettito dell’imposta di soggiorno. Secondo le stime dell’Osservatorio di Jcf, nel 2019 gli incassi supereranno i 600 milioni di euro, con un aumento di almeno il 12% rispetto al 2018 (538 milioni) e del 31% sul 2017 (463 milioni).

Con circa 130 milioni, Roma è la città che ottiene più risorse da turisti e viaggiatori. Seguono Milano (45,4 milioni da consuntivo 2017), Firenze (33,1) e Venezia (31,7). Di fatto, questi tre Comuni, insieme alla Capitale, raccolgono il 40% del gettito totale. Ma come vengono usati gli incassi del tributo? Anche se, di solito, le amministrazioni dichiarano di utilizzare gli introiti per iniziative a supporto dell’attività turistica, nella realtà il gettito serve a finanziare voci solo indirettamente legate al turismo, fra cui il miglioramento della viabilità o l’arredo urbano.

La destinazione delle risorse – insieme alla complessità delle regole locali – è uno dei punti maggiormente contestati. Dalla parte degli oppositori c’è anche il ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, che oltre a definire l’imposta «un furto nei confronti dei turisti» nei giorni scorsi ha sottolineato che «i sindaci la usano per coprire i debiti di bilancio». Una linea da sempe sostenuta anche da Federalberghi, che critica inoltre «la giungla delle locazioni brevi».

Proprio sul fronte delle locazioni brevi, peraltro, cresce il numero dei Comuni che hanno stipulato accordi in base ai quali il portale Airbnb riscuote direttamente il tributo e lo versa nelle casse cittadine. Ad oggi sono 22, tra cui Milano, Firenze, Napoli, Torino, Bologna e Palermo. Tra gli ultimi arrivati, dal 1° maggio scorso, Catania, Lecce, Stintino e Bagno a Ripoli. Le città che hanno contattato il portale, comunque, sono un centinaio e al momento sono in fase avanzata di definizione le intese con Roma e Padova.

 

Cristiano Dell’Oste

Bianca Lucia Mazzei

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