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Credito sotto tiro in Borsa affondano Banco e Bpm

Un’altra seduta di ordinaria passione venditrice per le banche in Borsa, con gli investitori che paiono in crisi di fiducia verso il settore, e scettici di fronte a tutte le cure messe in campo per risanarlo, si chiamino fondo Atlante o i vari provvedimenti adottati dal governo.
Così, mentre l’indice Euro Stoxx delle 600 banche cedeva nemmeno l’1%, a Piazza Affari s’è visto di peggio. I dati del primo trimestre, ormai diffusi da tutti gli istituti, sono quasi un pretesto perché il denaro – ieri soprattutto quello straniero: di fondi speculativi e di fondi comuni – defluisca dal credito che aveva riavvicinato fino all’autunno. Da gennaio il settore ha perso un 40%, e ieri è andato avanti: Banco popolare ha ceduto il 9,09%, Bpm il 6,38%, Popolare Emilia il 4,39%, Mps il 2,41%, Ubi banca il 3%, Unicredit il 3,73%, Intesa Sanpaolo l’1,66%.
Dove piove più forte è a Verona: la banca ha annunciato l’altro ieri una perdita, tra gennaio e marzo, da 314 milioni, non attesa e imputabile alle richieste della Bce di allineare alle medie le rettifiche su crediti. Per alcuni esperti tale misura costerà nell’esercizio un rosso di quasi mezzo miliardo al Banco. La promessa sposa Bpm, più sana, aveva chiuso i tre mesi con utili per 48,3 milioni, oltre le attese, ma è stata risucchiata nelle sospensioni al ribasso. Con troppi cali, l’unica fusione tra ex popolari in fieri, che sarà illustrata a ore, può complicarsi.
C’è intanto lo scoglio della ricapitalizzazione da 1 miliardo che il Banco deve chiudere entro giugno. La decisione di offrire al 100% in opzione ai soci le nuove azioni è citata dal mercato come una ragione per accanirsi sul Banco, che in passato aveva tenuto aperta la possibilità di aumento in parte riservato, con effetti meno diluitivi. L’altra motivazione riguarda le coperture delle sofferenze, di ben 13,6 miliardi che a Verona pongono una zeppa sulla redditività futura del polo con Bpm. Vari operatori tra Milano e Londra ieri chiamavano in causa la credibilità del management guidato da Pier Francesco Saviotti, che prima ha negato l’aumento (poi imposto dalla vigilanza per potersi fondere con Bpm), poi sembrava destinarlo solo in parte ai soci, infine ha subito il diktat Bce sulle rettifiche crediti, mutando i pochi utili in perdite.
A proposito di credibilità, anche quella dell’ad di Unicredit Federico Ghizzoni pare uscita rilanciata dai conti del gruppo banca il patrimonio Cet1 è sceso a soli 45 punti base dalla soglia critica Srep («aumenta la pressione per ricapitalizzare», ha scritto Equita »)- né dal cda che ha smarcato le responsabilità del manager sulla garanzia all’aumento della Vicentina, poi sottoscritto dal fondo Atlante. «Atlante è il tema del 99% delle domande degli investitori », sospira un banchiere. Ma «Atlante non ha cartucce sufficienti per far fronte a tutti gli aumenti di capitale critici e poi dar vita a un mercato dei crediti insolventi», fa eco un gestore.

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