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Credito, sussidi e niente cassa. La carica delle aziende «zombie»

Fra marzo e settembre, hanno gettato la spugna in Italia quasi novemila aziende in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Da quando sul Paese è disceso il primo lockdown, secondo stime della Banca d’Italia, in ogni settimana le cessazioni d’impresa sono state meno che nella stessa settimana di un anno prima. Intanto però l’economia crollava di circa il 10%, zavorrata dalla pandemia come mai prima nel dopoguerra. Solo nei prossimi mesi si inizierà a capire quante delle imprese tenute in piedi nel 2020 non sono morte, ma non sono neanche vive. Sono zombie: incapaci di generare la cassa necessaria per andare avanti; tenute in vita solo tramite una continua erogazione di credito garantito dal governo per ripagare i vecchi debiti o grazie alla moratoria dei rimborsi da fare alle banche, ai ristori pubblici o a sempre nuove ondate di cassa integrazione. Non è affatto chiaro che quelle imprese, in tempi (quasi) normali, sarebbero in grado di sopravvivere.

Giorni fa Mario Draghi ha fatto un’osservazione in proposito presentando un rapporto del G30, un club di personalità internazionali. «Perché non stiamo vedendo molte insolvenze di imprese nel mondo?», si è chiesto l’ex presidente della Banca centrale europea in un incontro con il Corriere e con un ristretto numero di media internazionali. «In realtà, almeno in Europa, ne vediamo meno quest’anno che nel 2019». La spiegazione di Draghi è che il flusso di sussidi e credito garantito dei governi «sta coprendo una realtà che è molto più preoccupante di quanto possiamo stimare per il momento».

Il banchiere centrale si riferiva a un contesto più ampio, non solo all’Italia. Ma il fatto che molte fra le imprese più deboli quest’anno non siano uscite di scena — sottraendo clientela e credito alle concorrenti più sane — pone domande molto serie su ciò che accadrà quando spariranno i sostegni che per ora tengono gli zombie in piedi. Una certa gradualità nel ritornare a tempi normali sarà inevitabile. Ma il rapporto del G30 consiglia anche altre misure: aiuti sempre più selettivi — solo alle imprese realmente vitali — e procedure fallimentari agili. Eppure in Italia, per ora, non si vedono progressi né su uno né sull’altro fronte.

Nella Grande recessione di un decennio fa non era andata così. L’impatto sulle imprese era stato violento da subito. Il numero dei fallimenti in Italia si impennò dai 10.800 del 2010 a più di 15 mila quattro anni più tardi. I crediti deteriorati esplosero fino al 18% del totale dei prestiti concessi dalle banche, la produzione industriale crollò di un quarto. Quella fu una resa dei conti per l’eccesso di debito privato in molti Paesi, per l’immobilità dell’Italia in un mondo in trasformazione, per un’area euro allora decisamente incompiuta. Stavolta è diverso. Covid ha colpito come un meteorite di fronte al quale i governi hanno cercato di proteggere tutti. I fallimenti delle imprese sono stati di fatto vietati in Germania e anche in Italia il decreto «liquidità» di inizio marzo li ha congelati. Secondo la Camera arbitrale di Milano, il numero delle insolvenze in Italia nel 2020 è addirittura sceso del 46% (del 32% in Germania). Eppure Natixis, una banca francese, stima che un decimo delle imprese italiane sia entrato nella pandemia già da «zombie»: una quota inferiore ai livelli di delle concorrenti francesi, tedesche o spagnole, ma senz’altro salita in questi mesi.

Non è detto che ora il quadro peggiori. Al contrario: nel 2021 i vaccini potrebbero permettere un rimbalzo dell’economia così forte da strappare molti operatori al mondo dei morti viventi. Ma le ferite resteranno. Prima che si richiudano, passeranno degli anni.

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