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Credito, il risiko si complica in soccorso arriva la Cdp

Il suggello delle nozze tra Milano e Verona non ha risolto i problemi di sovrabbondanza (di sportelli e costi) nel credito. Anzi, la fusione Bpm-Banco popolare sembra schiudere le cateratte: specie per la severità della vigilanza Bce, che ha subordinato l’assenso a una ricapitalizzazione da un miliardo per smaltire prima e meglio le insolvenze sul lato veronese dell’altare.
Così gli investitori stanno tarando le concentrazioni bancarie future su questo nuovo standard, di patrimonio ed attivismo dell’Eurotower. Da Carige – che oggi riunisce l’assemblea per nominare il nuovo cda – ai due aumenti con quotazione delle ex popolari Vicenza e Veneto Banca, fino all’eterna zitella Monte dei Paschi, l’agenda primaverile è piena di occasioni per quella scivolata che potrebbe guastare la flebile fiducia ricreata – con le misure espansive della Bce, lato monetario – da marzo.
Per questo il “sistema” sta affinando una soluzione comune che presto dovrebbe nascere per arginare le emergenze. Ieri è tornato a parlarne Giuseppe Guzzetti, patron di Cariplo e delle Fondazioni, socio di Intesa Sanpaolo e il più politico tra i finanzieri: «Le autorità devono risolvere il prima possibile i problemi del sistema nazionale – ha detto – constato con rammarico che anche una banca solida come Intesa Sanpaolo soffre indirettamente della situazione ». Senza fare nomi (ma sono quelli) Guzzetti ha aggiunto: «Ci sono situazioni che si devono affrontare e risolvere più prima che poi, se non lo facciamo presto sarà peggio. Bisogna chiudere il prima possibile perché il sistema bancario non soffra più». Guzzetti è anche socio della Cassa depositi, e proprio con i vertici di Cdp (l’ad Fabio Gallia, il presidente Claudio Costamagna), oltre che i regolatori e il governo, sta mettendo a punto una holding che diventi contenitore dei crediti insolventi, ma forse anche di alcuni mutui in bonis, e sgravare gli istituti più appesantiti. Ma sgravandosi potrebbero prodursi dei deficit di capitale nelle più fragili venditrici di quei crediti.
A quel punto servirà il denaro fresco che altre banche e altri investitori istituzionali (oltre alle Fondazioni più solide, ci starebbero fondi esteri specializzati). Dietro le quinte si parla di un intervento da quasi 10 miliardi, articolato e complesso: Cdp per esempio dovrebbe limitarsi a fornire garanzie sui crediti, come già ha fatto per le quattro “good bank”, mentre i privati metteranno capitale. In questo schema comune potrebbe sistemarsi il caso Carige, il cui cda che s’insedia oggi dovrà presto esaminare l’offerta da 1,2 miliardi del fondo Apollo. La scarterà, perché non gradita al primo socio Malacalza: ma dovrà al contempo presentare alla Bce un’alternativa credibile. Allo stesso modo potrebbe sistemarsi l’aumento da 1,7 miliardi che Vicenza lancerà in aprile, e i cui alti rischi Unicredit (unico garante dell’operazione) ha una gran voglia di sindacare con altri attori. Non con Intesa Sanpaolo, che ha un simile impegno con Veneto Banca: «Noi abbiamo un contratto e quel contratto rispetteremo. Ogni banca si fa la sua», ha detto l’ad Carlo Messina.

Andrea Greco

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