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Credito: gli straordinari fanno belli i conti

Con l’assemblea di bilancio di Intesa Sanpaolo, convocata per questa mattina a Torino, le grandi banche italiane mandano in archivio il 2011. Un anno travagliato, che ha minato alla base la solidità stessa degli istituti di credito — con il terrificante dubbio emerso nella seconda metà dell’anno sulla solvibilità del debitore sovrano — e di cui la Banca d’Italia, giovedì prossimo, 31 maggio, trarrà le considerazioni sistemiche. Tutto questo avviene mentre un’altra storia si sta già raccontando, quella del 2012 e dei nuovi minimi di Borsa, con quasi metà dell’anno ormai giocata sul filo della recessione e di una ripresa che tutti spostano più avanti.
Segnali di vita
Così, come un flashback, si archivia il 2011, ma l’anno corrente già presenta le prime indicazioni. Le trimestrali dei primi cinque istituti italiani, la cui sintesi trovate a lato, evidenziano indicazioni contrastanti. I due maggiori gruppi, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno messo assieme — anche grazie ad alcune partite di bilancio non ripetibili — utili per 1.718 milioni di euro nei primi 91 giorni dell’anno: 18,9 milioni di utili netti al giorno. Un ottimo segnale, ma non risolutivo dei problemi. La polemica sul credit crunch, che carsicamente torna in superficie si scontra poi con le parole del top manager di una delle due maggiori banche italiane: «oggi non arriva dal mercato domanda di credito per investimento. Mancano idee, prospettive e forse anche coraggio. Certo, la situazione è ricca di incognite, ma chi chiede aiuto alle banche lo fa per rifinanziarsi o prorogare le scadenze. Domande per nuovi investimenti sono al minimo storico…».
Doppio passo
Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno intrapreso un percorso di razionalità e di focalizzazione sul core business che sembra destinato a dar loro frutti. Entrambe, come detto, hanno effettuato operazioni di cessione o riacquisto titoli di una certa dimensione a tutto beneficio delle poste di bilancio. Un trend continuato nel secondo trimestre e che la settimana scorsa ha visto la sua massima espressione nella contemporanea vendita dei due pacchetti di azioni del London Stock Exchange: Unicredit ha ceduto il 6,1 per cento della società che controlla anche Borsa Italiana, Intesa Sanpaolo il 5,4 per cento. Al netto delle considerazioni sull’italianità perduta di Borsa Italiana — ma qui l’autobus era passato molto tempo fa, nel 2007 e il «sistema» aveva allora preso una posizione di netto distacco — vanno evidenziati due fatti. In primis, che i titoli del London Stock Exchange sono aumentati del 30 per cento dall’inizio dell’anno e che quindi l’operazione ha evidenziato un certo tempismo da parte dei venditori. Poi, che le entrate straordinarie — 197,6 milioni di euro per Unicredit, 172,5 per Intesa Sanpaolo, con la contabilizzazione di un utile di circa 120 e 105 milioni di euro rispettivamente — sono un ottimo modo per rispondere alle bordate della crisi. L’Italia non comanderà in Borsa Italiana? Non lo faceva neppure prima e adesso almeno i conti un poco respirano.
Accoglienze positive
Dopo aver presentato trimestrali altalenanti — Ubi con un utile in crescita del 63 per cento, il Banco Popolare addirittura in rosso — gli ultimi giorni hanno visto le due massime espressioni del credito popolare nazionale stappare qualche bottiglia di spumante locale. Dopo mesi di teorie e di spiegazioni, di timori legati a possibili ulteriori aumenti di capitale imposti dall’Eba (l’Autorità europea di settore), gli istituti guidati da Victor Massiah e Pier Francesco Saviotti hanno visto le loro osservazioni sulle partite contabili accolte dall’Autorità di Vigilanza (la Banca d’Italia, in questo caso braccio operativo dell’Eba). Un tecnicismo per molti, ma che ha toccato in maniera considerevole la solidità patrimoniale dei due gruppi, così come viene sintetizzata dall’indicatore Core tier 1. Grazie alla risposta positiva di Banca d’Italia Ubi è passata dal 9,01 per cento al 9,86 per cento di Core Tier 1; il Banco Popolare addirittura dal 7,4 per cento al 9,4 per cento, un salto di duecento punti base che è la miglior notizia per tutti gli oltre 230 mila soci della banca.
Sotto assedio
Tra le big chi sta peggio è ancora il Monte dei Paschi di Siena. La più antica banca al mondo non conosce pace e anzi, in piazza del Campo, si sembra giunti al regolamento di conti finale. Le dimissioni del sindaco Ceccuzzi, nei fatti primo azionista del Monte, rivelano un malessere diffuso tra le due anime locali del Pd. Così, la coppia al comando, Viola-Profumo, fatica a trovare la marcia giusta per rispondere a sfide interne ed esterne. Il Monte ha messo in vendita il 60 per cento di Banca Biver (corrono Pop Vicenza e Cr Asti) e da qui potrebbero arrivare circa 200 milioni di euro. Poi, sta sondando l’ipotesi di cedere una parte di Banca Antonveneta, che Giuseppe Menzi ha portato in linea di galleggiamento e che nel primo trimestre ha contribuito con 22,1 milioni di utile netto alle sorti del gruppo. Ma su tutto il Monte gravano i debiti. Quelli della fondazione e quei 1.900 milioni di «Tremonti bond» che hanno prima naturale scadenza fra dodici mesi.

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