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Il credito bancario aumenta, ma resta non accessibile a tutti

La ripresa del credito bancario alle imprese ricorda un po’ il pollo di Trilussa: i prestiti aumentano, ma non tutte le aziende riescono a beneficiarne. L’ultima rilevazione della Banca d’Italia dimostra infatti che la quantità di finanziamenti alle imprese in Italia è salita dello 0,3% a novembre 2017 rispetto al novembre 2016. Il problema è che se per le aziende medio-grandi la crescita è stata superiore alla media (0,6% annuo), per le piccole il credito si è contratto dell’1%. Se tu non mangi il pollo, diceva Trilussa, rientri ugualmente nelle statistiche perché «c’è un antro che ne magna due». A digiuno, anche se meno rispetto ai mesi passati, sono dunque le piccole imprese.
A prescindere da chi si mangi il «pollo», i numeri aggregati parlano comunque di un miglioramento delle condizioni creditizie. I tassi d’interesse sono scesi (alle imprese mediamente le banche applicano l’1,5%), e si è anche leggermente ridotto il divario tra il tasso applicato alle grandi e quello chiesto alle piccole. Sono anche aumentate le erogazioni alle famiglie produttrici. Dunque i segnali positivi, pur timidi e ondivaghi, non mancano. Eppure non bisogna scordare che, rispetto al massimo toccato a fine 2011, la quantità di credito totale alle imprese non finanziarie e alle famiglie produttrici resta tutt’ora inferiore di 190 miliardi. Per di più il credito si sta riprendendo molto più lentamente del Pil, della produzione industriale e degli investimenti. Dunque un problema creditizio in Italia permane. Nonostante i miglioramenti.
Il punto è capire perché la ripresa dei finanziamenti sia così lenta. I motivi vanno cercati su due fronti: la domanda di prestiti da parte delle imprese e la politica delle banche. Sul primo punto la Banca d’Italia sottolinea – nel suo ultimo Bollettino economico – che la domanda di credito bancario continua ad essere frenata dal fatto che le imprese hanno «un’ampia disponibilità di fondi propri». Di fatto – spiega Gianfranco Torriero, vicedirettore generale dell’Abi – le aziende in questi anni di crisi hanno trattenuto molto cash flow: «Ora che gli investimenti aumentano – spiega – hanno le risorse interne da utilizzare prima di chiedere finanziamenti in banca». Chi invece allo sportello ci va – aggiunge l’Abi citando i dati Istat – ha comunque oggi più probabilità di ottenere credito: dal 2014 la percentuale di domanda di finanziamenti soddisfatta è aumentata dal 79,7% all’83,2%. Se però si parla con il mondo delle imprese, e soprattutto delle piccole, la lettura dei dati è un po’ diversa. «Le aziende che già sanno che la loro richiesta di finanziamento sarà rigettata, in banca non ci vanno neppure», osserva Mario Pagani, responsabile politiche industriali della Cna. «È dunque difficile capire perché la domanda di credito sia calata».
È più facile comprendere perché le banche, negli ultimi anni, abbiano ridotto il credito. Per molto tempo ha pesato l’accumulo di crediti deteriorati: questo bruciava capitale e riduceva la capacità di erogare nuovi finanziamenti. Nel 2017 però la situazione su questo fronte è migliorata: un po’ perché molte banche hanno svalutato e venduto Npl, realizzando anche ingenti aumenti di capitale, un po’ perché il flusso di nuovi finanziamenti in sofferenza si è ridotto all’1,7% del totale crediti (ultimo dato Bankitalia). Per questo ora il nuovo credito bancario sta un po’ aumentando.
A penalizzare le imprese, negli ultimi anni, è stata anche la loro stessa precaria condizione di salute: le aziende in Italia sono infatti cronicamente sottocapitalizzate e indebitate a breve. Questo, in un contesto normativo e di Vigilanza che per le banche si fa sempre più stringente, ha causato la riduzione delle erogazioni: se il credito viene dato solo a «chi se lo merita», le imprese deboli e con rating bassi sono penalizzate. Ma anche su questo fronte qualche miglioramento c’è: i debiti finanziari sono infatti diminuiti – secondo i dati Bankitalia – da oltre l’80% del Pil del 2011 al 72%. Dunque oggi le aziende sono mediamente più «meritevoli». C’è poi un altro motivo: in un contesto di tassi bassi – calcola Pagani della Cna – alle banche «conviene poco erogare crediti piccoli, inferiori a 30mila euro». «Lo fanno – aggiunge – solo per motivi commerciali o per vendere altri prodotti, ma di per sé l’erogazione di piccoli prestiti rischia di non generare redditività». Il dibattito è aperto. In attesa, prima o poi, che il «pollo» lo possano mangiare tutti.

Morya Longo

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