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Non solo Mps e Carige: cantiere sempre aperto

Con gli aumenti di capitale del Monte dei Paschi di Siena (3 miliardi) e di Carige (850 milioni) si sono messe in sicurezza le due principali istituzioni finanziarie italiane, devastate dalla crisi e dai comportamenti delle precedenti gestioni. 
Sarebbe però superficiale pensare che, concluse queste operazioni, l’intero processo di trasformazione del sistema possa considerarsi messo alle spalle: siamo invece alla vigilia di cambiamenti epocali, che muteranno in profondità le caratteristiche dell’industria creditizia. Se Intesa Sanpaolo è tra le prime dieci in Europa per capitalizzazione e Unicredit è quindicesima ed entrambe sono sul podio continentale dei guadagni di Borsa dall’inizio dell’anno, molto resta da fare in casa delle altre.
Due percorsi
Al netto delle iniziative dei singoli istituti, si possono infatti già individuare due tipi di percorsi: uno normativo, che si sostanzia in provvedimenti di legge a livello nazionale e che si interseca con i pronunciamenti della vigilanza di settore; l’altro più prettamente industriale, che dalle normative solo in parte deriva.
La legge che impone la trasformazione in Spa delle dieci banche popolari di maggiore dimensione (su un totale di 70) sta agitando la quotidianità di questi istituti. I più attivi stanno ragionando sulle modifiche dello statuto e della governance (in Ubi c’è una proposta per portare a 15 i componenti del Consiglio di Sorveglianza e a 7 i membri del Consiglio di Gestione), per arrivare nella seconda parte dell’anno alle assemblee che voteranno il cambiamento della forma sociale.
Dopo – o contemporaneamente – a questi atti, si ragionerà su un consolidamento del settore: in Italia ci sono troppe banche, di modeste dimensioni, che pagano in termini di efficienza e redditività un operare talvolta non più in linea con i mercati. Le popolari non sono il centro del mondo, sono solamente il caso di cronaca più caldo. Infatti, le normative della vigilanza europea andranno a incidere sui comportamenti di tutti gli istituti, popolari e non. Il cambiamento, anche in questo caso, sarà radicale. Per concedere credito le banche dovranno rispondere a requisiti di capitale che ne vincoleranno necessariamente l’operatività.
Cambiamenti
Se in precedenza in Italia la concessione di nuova finanza era subordinata all’entità delle garanzie prestate, in un futuro prossimo prevarranno i flussi di cassa attesi, con un rovesciamento dei parametri che inciderà non solo sulle attività di finanziamento corporate , ma anche su quelle legate alle famiglie, tipicamente i mutui per la casa. Per non dire del bail-in , un meccanismo che moltiplica i rischi per il cliente della banca in caso di insolvenza della stessa. La Vigilanza bancaria europea, operativa dallo scorso 4 novembre, ha l’ambizioso fine di armonizzare le politiche creditizie di tutte le principali banche del Vecchio continente. Sarà necessariamente una armonizzazione al rialzo, sia in termini di governance , che di requisiti di capitale, che di operatività. Vi sono poi gli aspetti industriali, su tutti l’invasività delle tecnologie digitali che rendono spesso inutile la frequentazione dell’agenzia bancaria. In pochi anni si è passati da agenzie che cambiavano di proprietà a 12 milioni di euro l’una a sportelli che si chiudono, aggregano, scompaiono. Domani questa dinamica risulterà ulteriormente accelerata e andrà a colpire la vastissima popolazione dei dipendenti. Oggi in Italia i bancari del sistema Abi sono circa 309 mila a cui si aggiungono i circa 37 mila del sistema delle Bcc, il credito cooperativo. Solo l’area Abi ha visto, dal 2009, l’uscita di 27 mila dipendenti a cui si aggiungeranno, in una stima della Fabi – il sindacato del settore con il maggior numero di iscritti, che ha analizzato i piani industriali in essere dei principali gruppi bancari – 19.700 uscite entro il 2018 al netto, però, di operazioni di fusione e aggregazione che vengono spesso realizzate proprio al fine di razionalizzare la presenza sui territori e abbattere i costi fissi.
Tenute
La tenuta della soglia psicologica di quota 300 mila appare oggi fortemente messa a rischio. Dal 2009 solamente in Unicredit – in Italia e negli altri 17 paesi dove la banca è direttamente presente – hanno lasciato il lavoro oltre 33 mila dipendenti. A queste macrotendenze vanno poi sommate le molte difficoltà particolari. Del sistema, anzitutto, con crediti dubbi per 350 miliardi (un terzo del totale europeo) e sofferenze a 200 miliardi. E dei singoli casi: la forsennata e ventennale corsa delle due maggiori popolari venete non quotate – Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca – si sta misurando ora con una stretta curva a gomito che rischia di mettere a repentaglio la tenuta di strada dei due istituti. Frenare non basta, è necessario tenere la strada. A Vicenza è appena stato sostituito l’amministratore delegato, a Montebelluna il direttore generale ha iniziato gli ultimi dieci mesi del suo mandato. Entrambe le banche necessitano di capitali e di una chiara governance , inoltre sono chiamate a cambiare status sociale e a trovare un partner, dato che le ultime vicende lasciano intravvedere la fragilità di un matrimonio regionale.
Ma c’è chi sta peggio: Banca delle Marche, Popolare dell’Etruria e del Lazio e Carife Ferrara sono le note più dolenti nel panorama italiano.
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