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Credito Arriva la vigilanza alla tedesca

Benvenuti nell’era delle banche europee. Dopo gli esiti degli esami dello scorso 26 ottobre, l’Italia del credito è più vicina all’Europa e, anche, alle sue contraddizioni. Le regole erano però chiare fin dall’inizio e se qualcuno è rimasto sorpreso (Mps), rimandato (lo stesso Mps e Carige, che ora porta il prossimo aumento di capitale verso quota 700 milioni) o ha ottenuto la sufficienza solo all’ultima ora (Popolare di Vicenza), questo non va certo imputato a Mario Draghi o a Danièle Nouy, capo del Single supervisory mechanism (Ssm).
Le banche italiane hanno nel loro complesso compiuto passi da gigante sulla strada della modernizzazione nell’ultimo decennio. Ma non sempre hanno saputo interpretare adeguatamente il mood che le circonda al di fuori dei confini nazionali. Eppure i casi virtuosi non mancano. Unicredit è, di fatto, una grande banca europea, la seconda per presenza in Italia, la prima in diverse regioni dell’Est Europa e tra le maggiori anche in Germania. Intesa Sanpaolo è una delle banche più capitalizzate d’Europa, al punto che il gruppo italiano sta pensando a una strategia di espansione su alcune delle maggiori piazze finanziarie del mondo: New York, Londra, Zurigo, Hong Kong. Ubi, che al di fuori dell’Italia ha lo stretto necessario per accompagnare la propria clientela corporate nelle tattiche di internazionalizzazione, all’interno dei confini domestici ha saputo realizzare una strategia di salvaguardia della propria solidità finanziaria e di sviluppo dei propri rapporti di business che dovrebbe essere paradigmatica per altre realtà italiane. I casi positivi non finiscono qui: il Banco Popolare ha dimostrato che è possibile digerire l’indigeribile e la Popolare di Milano è protagonista di una virtuosa svolta aziendale che attende solo il completamento del tassello della governance per dirsi riuscita. Per le altre resta molto da fare. L’Ottocento è lontano, viviamo il secondo decennio del 21° secolo. Per dirsi in Europa, non bastano più le sole parole.

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