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Credito ancora sotto pressione a Milano

Non si allentano le tensioni sul settore bancario in Borsa. Se lunedì le pressioni ribassiste sul comparto e sul listino milanese erano state in qualche modo attenuate dal contesto positivo nelle altre piazze europee ieri questo sostegno è venuto meno dato che anche nel resto del Vecchio Continente hanno prevalso i ribassi. In particolare sul settore bancario ieri bersagliato in tutta Europa (l’indice Stoxx di settore ha perso il 3,68%) per via di alcune trimestrali molto deludenti (Ubs e Commerzbank su tutte). Una debolezza generale, dovuta all’incertezza sulla profittabilità del settore bancario nell’attuale contesto di tassi zero, che si si è andanta a sommare a una debolezza tutta particolare che riguarda le banche italiane. Dopo il -3,47%, il -3,08% di lunedì è arrivato un nuovo passivo del 3,68% per l’indice di settore Ftse Italia Banche. Nelle ultime tre sedute il calo del settore è stato del 9,88 per cento. Inevitabili le ripercussioni sul listino milanese: ieri il Ftse Mib ha lasciato sul terreno il 2,46% archiviando il peggior saldo di giornata tra le piazze europee insieme all’altra Borsa periferica: quella di Madrid in calo del 2,85% sotto il peso, manco a dirlo, delle banche (-4,41% il ribasso medio dei titoli bancari spagnoli).
I problemi dei nostri istituti di credito sono noti: la scarsa patrimonializzazione di alcune banche e la cattiva qualità del credito con uno stock di prestiti inesigibili che, come ha certificato Ignazio Angeloni membro del consiglio di vigilanza della della Bce nel corso della sua audizione al Senato, pesa per ben 360 miliardi di euro sui bilanci. Rafforzare le banche patrimonialmente e cedere i prestiti inesigibili non è impresa semplice. E le vendite che ieri, così quelle di lunedì e venerdì, sono il segnale dello scetticismo degli investitori sul fatto che le misure finora messe in campo da governo e industria bancaria siano risolutive in tal senso. Il pessimo epilogo dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza alla cui quotazione Borsa Italiana ha detto di no per via della scarsa adesione del mercato all’operazione evidenzia chiaramente come la strada sia per il fondo Atlante, il veicolo studiato per far fronte ai problemi del settore, sia tutta in salita. Se il copione dovesse ripetersi anche nel caso dell’aumento di capitale di Veneto Banca il rischio reale è che alla fine le risorse per far fronte all’altro fronte di intervento, quello sui crediti inesigibili, si riduca al minimo sindacale: il 30% della dotazione complessiva. «Con un’entità attuale relativamente ridotta il fondo potrà intervenire su un numero ridotto di banche» ha riconosciuto lo stesso Ignazio Angeloni nel corso dell’audizione in Senato confermando l’impressione che sui mercati in molti si sono già fatti.
Gli investitori in questi giorni si stanno oltretutto interrogando sull’altro importante capitolo di questa vicenda: quello degli interventi legislativi per facilitare e velocizzare la riscossione dei crediti da parte delle banche. Ambito chiave perché mettere in conto 10 o 5 anni per escutere un credito fa una grossa differenza sui prezzi a cui quello stesso credito può essere ceduto a terzi. E il problema dei prezzi è determinante visto che vendere a sconto rischia di comportare nuove perdite.
In questo senso c’era molta curiosità per le novità recentemente introdotte dal governo con il decreto banche. Purtroppo però il contenuto delle norme non è stato accolto positivamente dalla Borsa. Questo perché le novità, per quanto positive, del «pegno non possessorio» sui beni strumentali o il «patto marciano» sugli immobili in garanzia (si veda il Sole 24 Ore del 1 maggio) hanno un’incidenza nulla sulla valutazione dell’attuale stock dei crediti inesigibili. Per la semplice ragione che si applicano sui crediti futuri.

Andrea Franceschi

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