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Credito alle imprese, gli strumenti alternativi guadagnano terreno

Il credit crunch allenta un po’ la morsa, ma continua a turbare il sonno delle imprese italiane. Le grandi aziende, e ora anche le più piccole, non stanno però a guardare e si attrezzano alla ricerca di alternative per reperire liquidità. Dai mini-bond al factoring fino all’apertura del proprio capitale a un fondo di private equity o alla quotazione in Borsa, sono quattro le strade imboccate nel 2014, con un trend previsto in crescita anche quest’anno. 
Gli ultimi 18 mesi sono stati contrassegnati dall’affermazione dei mini-bond, che hanno raggiunto quota 100 per un ammontare totale di 4,8 miliardi. La novità, come dimostra il «Barometro Minibond Market Trends» di Epic e MiniBondItaly, è l’aumento delle emissioni di taglio inferiore ai 50 milioni, che secondo i dati aggiornati a fine marzo sono 81, con un totale emesso di 774 milioni.
«Segno che questi strumenti stanno finalmente diventando mini, con un focus sulle Pmi», sottolinea Marco Belmondo, responsabile marketing di Epic, la piattaforma digitale indipendente dal sistema bancario, punto di incontro tra le Pmi e gli investitori istituzionali. I mini-bond sotto i 50 milioni hanno un taglio medio di 9,5 milioni, una scadenza a 5,8 anni e un fatturato dell’emittente di 78 milioni. Tra le obbligazioni di più piccola taglia sono utilities ed energia i settori più rappresentati, pari al 37% del totale emesso, seguiti dal manifatturiero (10%) e dai servizi finanziari (9,7%). La mappa territoriale mostra invece che il ricorso a questo strumento, introdotto con il «Decreto sviluppo» dell’agosto 2012, con regole più precise contenute nel «Destinazione Italia», resta confinato al Nord. Secondo le elaborazioni del «Barometro», infatti, l’80% delle emissioni si concentra in Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte. Anche quest’anno le mini-obbligazioni dovrebbero proseguire nel percorso di crescita: secondo Epic, la quota di 200 mini-bond è a portata di mano ed è possibile un raddoppio delle emissioni più piccole intorno a 1,5 miliardi.
Il 2014 è stato l’anno della riscossa per il factoring, la cessione dei crediti a società specializzate per liberare liquidità. Dopo un 2013 in calo, il volume dei crediti ceduti ha sfiorato i 178 miliardi, in aumento del 2,8 per cento. «Il risultato – spiega Alessandro Carretta, segretario generale di Assifact – da un parte si spiega con la restrizione del credito, ma dall’altra mostra che le imprese stanno comprendendo l’efficacia di questo strumento, che dovrebbe conoscere un’ulteriore espansione anche nel 2015, con una crescita prevista del turnover del 3% per arrivare a 185-190 miliardi».
Sul territorio si scopre che un terzo delle imprese che si rivolgono al factoring risiede in Lombardia, seguita da Lazio e Piemonte. La liquidità, però, non basta, fa notare Carretta, che chiede una revisione della legge 52 del 1991 sulla cessione dei crediti di imprese per allinearsi alle esperienze degli altri Paesi Ue.
Un’altra strada che le imprese possono percorrere per crescere è quella del private equity. Nel 2014 gli investimenti sono rimasti sostanzialmente stabili a quota 3,52 miliardi rispetto ai 3,40 del 2013. «La nostra percezione per il 2015 – spiega il direttore generale dell’Aifi, Anna Gervasoni – è un ulteriore scatto in avanti». Cresce però l’interesse degli operatori esteri sulle aziende del made in Italy, con un ammontare investito passato da 1,3 a 1,9 miliardi. A oggi i fondi di private equity e di venture capital (italiani ed esteri) hanno in portafoglio 1.245 aziende. 
Dallo scorso anno le imprese, soprattutto quelle di media dimensione, sono tornate a guardare con interesse a Piazza Affari. Nel 2014 le Ipo hanno raggiunto quota 28 (rispetto alle 20 del 2013), 22 delle quali sull’Aim Italia, il segmento dedicato alle Pmi. Quest’anno sono già approdate sul listino sei società (due sul mercato principale e quattro sull’Aim) con una raccolta che ha raggiunto il mezzo miliardo di euro proveniente quasi interamente da aumenti di capitale.
«Stiamo registrando – sottolinea Massimiliano Lagreca, responsabile Large Caps & Investment Vehicles di Borsa Italiana – un interesse crescente per la quotazione da parte di imprese di svariati settori che vogliono fare il grande salto attraverso investimenti o una maggiore proiezione internazionale. Per farlo il canale bancario non è sufficiente e occorre reperire risorse sul mercato».
Per il 2015 le stime sono di un’ulteriore aumento delle matricole per arrivare prima dell’estate a quota 20 e a una quarantina a fine anno: circa 30 sull’Aim e una decina sul mercato principale. Domani, intanto, è previsto il via alle contrattazioni per Clabo, azienda di Jesi che produce banchi per gelaterie, sul segmento dedicato ai “piccoli”. Sono invece 209 le imprese che hanno partecipato finora a «Élite», il progetto di Borsa Italiana per la crescita delle Pmi, con lo sbocco della quotazione o l’apertura del capitale a nuovi investitori.
«Il baricentro – conclude Gervasoni – si sta gradualmente spostando verso questi nuovi strumenti, costringendo gli addetti ai lavori a ragionare su nuovi paradigmi. A decidere il finanziamento non saranno più le garanzie, come per i prestiti bancari, ma la bontà del piano industriale». La rivoluzione è appena cominciata.
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