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«I crediti in sofferenza? Le banche devono agire senza perdere tempo»

Dev’esserci uno spirito che si trasmette nelle istituzioni dai luoghi che le ospitano. Il sistema vigilanza della Banca centrale europea lavora dal vecchio grattacielo sulla Kaiserstrasse da cui la Bce combatté cinque anni fa la crisi del debito sovrano. Oggi da quelle stanze Ignazio Angeloni, l’italiano che rappresenta la stessa Bce nel consiglio di sorveglianza a Francoforte, non vive lo stesso dramma di allora. Ma molte banche europee e italiane sono nel fuoco del mercato, e criticano la Bce in ogni caso: per ciò che fa e per ciò che non fa.

Secondo istituti avete creato incertezza con sempre nuove richieste di capitale. Ora può esserci una pausa?

«Sì. Se qualche incertezza c’è stata, è dipesa dal bisogno di chiarire quello che la legge europea indica in termini di requisiti patrimoniali. Lo scorso anno la Bce ha condotto per la prima volta un’analisi complessiva per determinare i requisiti di capitale di ogni banca, il cosiddetto Srep. Abbiamo valutato tutti i rischi. Naturalmente la situazione di ogni singola banca andrà valutata individualmente, e potranno esservi cambiamenti nei requisiti di ciascuna, ma a livello complessivo il requisito di capitale non dovrebbe variare in maniera significativa nell’esercizio attuale».

Quand’è che una banca viene giudicata così vicina ai livelli minimi sui suoi requisiti da non poter distribuire bonus, dividendi e cedole sui bond subordinati?

«Lo prevede il regolamento europeo in proposito, e abbiamo chiesto alla Commissione Ue e all’Autorità bancaria europea come si applica. I requisiti in senso stretto sono vincolanti, mentre l’indicazione di guida ulteriore che diamo non implica interventi automatici, ma un’azione di vigilanza progressivamente più incisiva e mirata».

Sono queste le regole che spiegano l’aumento di capitale in vista per Unicredit?

«Sono le regole che si applicano a tutte le banche, anche se non è ancora stato reso noto quale sia il requisito di capitale indicato a questa e alle altre banche. Lo sarà probabilmente in gennaio, ci stiamo lavorando».

Cosa ci si può aspettare?

«Dallo Srep a livello complessivo possiamo aspettarci esiti grosso modo in linea con quelli dell’anno scorso, ma vi saranno variazioni anche abbastanza consistenti legate alla rischiosità di singole banche. Sia verso l’alto, per alcune, che verso l’alto per altre».

Mario Draghi, il presidente della Bce, dice che per smaltire i crediti in default delle banche serve tempo. Invece la vigilanza Bce, l’Ssm, mette fretta.

«Non mi pare. Diciamo tutti le stesse cose. D’altronde su questo tema la Bce ha avviato una consultazione con le banche perché vogliamo che ci sia consapevolezza, informazione interna e pianificazione. Le banche si devono dare piani credibili e ambiziosi, con scadenze temporali su come gestire i crediti in sofferenza. Questi piani andranno discussi con ogni singolo istituto e calibrati nel miglior modo possibile. Per questo gli istituti devono disporre di tutte le informazioni rilevanti e, se non l’hanno già fatto, dotarsi di strutture interne concentrate solo su questo problema».

Che succede se una banca non applica questi consigli?

«Entra nel normale processo di vigilanza e alla fine, se è il caso, c’è una richiesta di trovare capitale. Ma non mi aspetto che accada nella generalità dei casi anzi, spero, in nessuno. Mi aspetto che la consultazione spinga le banche a fare ciò che devono per gestire i crediti in sofferenza».

Perché siete restii ad ammettere che serve tempo?

«Non mi sembra che lo siamo e comunque dire che richiede tempo può dare un segnale fuorviante, come se l’urgenza non ci fosse. No: a maggior ragione è urgente cominciare e avanzare in fretta perché è un processo lungo».

Mps: l’aumento di capitale sul mercato è realistico?

«Non posso parlare di singole banche».

Alla Bce non mettete mai in discussione la qualità del bilancio di alcune grandi banche europee, Deutsche Bank o le francesi, che concentrano molto rischio in investimenti finanziari illiquidi. Prendete per buone stime basate sui «modelli interni» delle banche stesse.

«Non è vero. Siamo andati a guardare in maniera intrusiva tutti i rischi. Quelli di mercato hanno un ruolo centrale nelle nostre analisi. Guardiamo ai modelli interni di tutte le banche, incluse quelle che lei cita, sia per il rischio di mercato che per quelli di credito e operativi. Abbiamo un progetto su questo. Abbiamo lavorato molto proprio sulle grandi banche d’Europa centrale, e non farò nomi. Non guardiamo in faccia a nessuno».

Le autorità in Italia dicono che non bisogna guardare ai circa 340 miliardi di crediti deteriorati, perché coperti da garanzie e accantonamenti. È così?

«Accantonamenti e garanzie sono importanti, ma non rappresentano tutta la storia. Anche crediti in sofferenza del tutto o in prevalenza coperti determinano una maggiore rigidità di bilancio e una minore redditività. Il problema non va esagerato, ma neanche sottovalutato».

Matteo Renzi ha detto che le banche italiane fra dieci anni dovrebbero aver dimezzato il personale. Concorda?

«Non commento le parole del premier. Dico che il problema della struttura dei costi si pone oggi in modo pressante. Uno dei modi per farlo è l’automazione».

Federico Fubini

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