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Crediti semideteriorati verso i 100 miliardi: la sfida è nel mercato

Un termometro dell’economia che, dopo la pandemia, punta a rilanciarsi. Con la crisi gli Utp, cioè gli incagli delle imprese, avranno un raddoppio delle masse verso i 100 miliardi di euro. Ma il numero, emerso ieri nel corso dell’Utp Summit organizzato da Il Sole 24 Ore, in sé non deve far paura: i crediti problematici in questo caso possono essere gestiti dalle banche, anche grazie agli investitori specializzati. Gli Utp alla fine sono crediti di aziende che possono essere ristrutturate e rilanciate.

Secondo Riccardo Serrini, ceo di Prelios, primo operatore nel mercato degli Utp con 10 miliardi in portafoglio, tra le tante eredità del Covid ci saranno anche 100 miliardi di inadempienze probabili, «con grande diversificazione da settore a settore, perché vediamo quotidianamente che le capacità di reazione delle imprese sono eterogenee. Si registra una percentuale di scivolamento anche per le piccole imprese. Ciò dimostra ch non è un tema legato solo alla nuova finanza ma è come si accompagna l’azienda ad uscire dalla crisi». Per il capo di Prelios – società che ieri ha annunciato il conferimento da parte di Bper Banca di 52 milioni di euro al progetto Cuvée del fondo Back2Bonis dedicato proprio agli Utp – la chiave per affrontare il problema dei crediti semi-deteriorati è nel mercato: «Bisogna aiutare le banche a liberarsi di masse importanti, proprio come è avvenuto con gli Npl. E qui la possibilità di poter disporre delle Gacs anche sugli Utp farebbe la differenza». Massimo Gianolli, a.d. di Generalfinance, società leader nel mercato del factoring verso società distressed, mette in evidenza d’altra parte che, a differenza del mercato delle sofferenze, gli Utp presentano un grado di complessità maggiore, e per questo – trattandosi di imprese ancora vive – non si può avere approccio generalizzato: «C’è la fase di emergenza, dove il credito è ancora decisivo, ma poi ogni caso deve trovare la sua cura».

Anche le previsioni elaborate da Kpmg puntano a uno stock di Utp intorno ai 100 miliardi, scenario peggiore dentro a una forchetta che punta su un’impennata dai 48,9 miliardi di fine 2020 a 55-100 miliardi post crisi. «In linea generale – ragiona Domenico Torini, partner Kpmg Advisory, Head of Global Portfolio Solutions Group – serve un approccio che valorizzi appieno il ruolo degli investitori». Il presidente di Clessidra Capital Credit, Federico Ghizzoni fa notare d’altro canto che negli ultimi mesi la sensibilità degli imprenditori è cresciuta: «Spesso – riporta – sono loro a bussare alla nostra porta per chiedere un intervento». In qualche modo è il segnale di un cambio di passo anche nella mentalità da parte degli imprenditori, che – complice la pandemia – si scoprono più propensi a valutare l’opportunità di un supporto esterno, sia in una logica di diversificazione del rischio, sia nella consapevolezza che nuove competenze, in alcuni casi, sono indispensabili. Un’osservazione condivisa da Mattia Mastroianni, responsabile Npe di BancoBpm, per il quale l’emergenza prospettica sarà caratterizzata da una magnitudo inferiore rispetto a l 2015. «L’evoluzione del credito deteriorato e semideteriorato per fortuna sta seguendo una dinamica meno drammatica rispetto a quella delle precedenti crisi. E il merito è senz’altro anche delle moratorie».

«Con i crediti unlikely to pay c’è da recuperare un valore reale ancora insito nell’azienda, che ha bisogno di tempo, per questo non è un mercato per investitori opportunistici» indica Stefano Agnoli, partner Cappelli RCCD Studio Legale. Anche per gli investitori questo è un tema fondamentale. Marco Raccah, General Manager Aurora Recovery Capital, non esita a parlare di «responsabilità sociale dell’Utp, che spesso è uno specchio del Paese e delle sue potenzialità». E per Giovanni Gilli, presidente Intrum Italy, «è giunto il momento di allargare la platea degli investitori a cui offrire gli Utp. Il track record ancora non aiuta, ma si è innescato un processo virtuoso che può continuare, soprattutto se dal regolatore non ci saranno pressioni sulle banche a cedere più di quanto non serva». Per Guido Lombardo, chief investment officer Credito Fondiario, «altro elemento decisivo per il ritorno di chi investe è la qualità della piattaforma, la miglior garanzia di una gestione ottimale del sottostante e quindi dei ritorni possibili».

C’è inoltre un interesse crescente per le attività con sottostante immobiliare. «Anche perché adesso sul mercato – spiega Fabio Panzeri, direttore generale Servicing & Operations del Gruppo Prelios – si sta affermando il tema dei portafogli: l’ingresso di asset più articolati sicuramente favorirà l’accelerazione anche di questo mercato». Concorda Oscar Pittini, presidente Hera Holding: «L’industria si sta strutturando, e con essa la consapevolezza della sua rilevanza. Far ripartire un asset real estate significa movimentare un indotto importante con ricadute sociali ed economiche rilevanti».

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