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Crediti a rischio, la svolta Eba-Esm: serve una «bad bank» europea

L’Europa lancia un progetto per affrontare su base comunitaria il problema dei crediti deteriorati delle banche italiane e di molti altri Paesi membri, che vengono stimati in circa mille miliardi di euro. Lo ha annunciato il presidente dell’Autorità bancaria europea di Londra ed ex Bankitalia Andrea Enria, insieme al numero uno del Fondo salva-Stati di Lussemburgo, il tedesco Klaus Regling, tratteggiando uno schema che riconduce al modello di una «bad bank» comune. Viene però accuratamente evitata ogni prospettiva di condivisione dei rischi, che è da sempre contrastata dalla Germania.

Enria propone di istituire una Asset management company (Amc), che rileverebbe i crediti deteriorati da banche in difficoltà per rivenderli entro tre anni sfruttando il maggiore potere contrattuale dell’organismo comunitario. Eventuali perdite operative resterebbero a carico degli azionisti degli istituti di credito, rispettando i principi Ue del «bail in» e del «burden sharing», che puntano a far pagare i privati per evitare un trasferimento dei passivi agli Stati (e quindi ai contribuenti). Una forma di intervento pubblico potrebbe esserci limitatamente alla parte iniziale del progetto, in modo da favorire lo sviluppo di un mercato dei cosiddetti «non performing loans» (crediti non remunerativi) meno penalizzante per le banche di quello attuale.

Regling ha indicato in 250 miliardi l’importo che la Amc potrebbe riuscire ad assorbire e a rimettere sul mercato. Enria, che in Bankitalia era molto stimato dall’allora governatore e oggi presidente della Bce Mario Draghi, ha ricordato che durante la lunga crisi i crediti deteriorati lordi in Italia sono esplosi a 276 miliardi. Seguono Francia (148,4 miliardi), Spagna (141,2 miliardi), Grecia (115,1 miliardi), Regno Unito (90,6 miliardi) e Germania (67,7 miliardi). Regling ha sostenuto che la «bad bank» presentata da Enria «aiuta a stabilire una soluzione di mercato» e che si tratta di «una proposta politica valida» perché «non prevede la mutualizzazione del rischio».

Ivo Caizzi

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