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Crediti, prescrizione senza freni

di Benito Fuoco e Nicola Fuoco

Prescrizione dei crediti senza freni per i giudizi estinti. La mancata riassunzione del processo tributario, a seguito di rinvio della cassazione, comporta l'estinzione dell'intero giudizio e con essa l'esclusione degli effetti interruttivi sulla prescrizione; ne consegue che l'amministrazione finanziaria non potrà più esigere la propria pretesa se l'atto originariamente opposto è più vecchio di dieci anni, termine ordinario di prescrizione del credito erariale.

Questi sono i principi espressi dalla Ctr Lazio (sentenza 249/07/2010 depositata in segreteria lo scorso 29 novembre) che mettono un po' di ordine all'interno di un panorama legislativo a dir poco complesso riguardo alla fattispecie.

Nella controversia in esame, l'amministrazione finanziaria aveva notificato un avviso di accertamento nel lontano 1989, avverso il quale il contribuente aveva proposto tempestivo ricorso. Il processo instaurato, terminati i gradi di merito, giungeva in cassazione per l'esame di legittimità. La Corte rilevava un vizio tale da giustificare l'annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Ctr. Nessuna delle due parti provvedeva alla riassunzione nei termini, determinando l'estinzione del giudizio.

A questo punto, assunta la definitività dell'avviso di accertamento, l'amministrazione finanziaria procedeva alla riscossione del tributo, notificando un avviso di liquidazione nell'anno 2007, ovvero a 18 anni di distanza dal primo atto. La prescrizione del credito, secondo l'ente impositore, doveva ritenersi esclusa per l'effetto interruttivo generato dall'instaurazione del processo.

Di diverso parere il contribuente, che proponeva ricorso avverso questo nuovo atto, eccependo la prescrizione decennale del tributo.

In effetti, per la fattispecie in esame convivono in dottrina due orientamenti: l'uno che farebbe decorrere il termine di prescrizione a partire dalla definitività della sentenza di cassazione del processo estinto, data in cui diventa non più contestabile l'originario atto impositivo; l'altro orientamento, decisamente più garantista, prevede che il processo estinto debba considerarsi come mai avvenuto, con la conseguenza che anche l'azione interruttiva della prescrizione non possa esplicare i propri effetti.

La Ctr del Lazio ha deciso di sposare il secondo orientamento, argomentando la propria decisione con un affinato ragionamento giuridico, fondato su adeguate basi normative oltre che su principi affermati dalla Corte di cassazione. «La mancata riassunzione», osservano i giudici romani, «ha determinato l'estinzione dell'intero processo, con esclusione dell'effetto permanente dell'interruzione, per cui gli unici atti che conservano efficacia e valenza nell'odierno giudizio sono l'avviso di accertamento del 1989 e l'avviso di liquidazione del 2007». Effetto interruttivo che, invece, si sarebbe conservato nel caso di riassunzione del giudizio, salvaguardando l'esigibilità della pretesa fiscale.

La stessa Cassazione, segnala il collegio laziale, ha più volte ribadito che «l'effetto interruttivo della domanda giudiziale si protrae per tutta la durata del processo, sempre che intervenga una sentenza che definisca il giudizio». Nel caso di specie, invece, non è intervenuta alcuna sentenza definitoria del giudizio, posto che, a seguito del rinvio della cassazione, entrambe le parti sono rimaste inerti, provocando la mancata definizione e, quindi, l'inefficacia del processo instaurato.

Analizzando la vicenda dal punto di vista pratico, ne consegue che i contribuenti che si trovino in presenza di un giudizio di rinvio della cassazione, intervenuto a distanza di almeno dieci anni dall'originario atto impositivo, avranno convenienza a non riassumere il giudizio, causandone l'estinzione. In tal modo, infatti, nonostante la definitività della pregressa verifica fiscale, l'amministrazione finanziaria non avrà comunque modo di esigere le somme pretese a causa della avvenuta prescrizione del credito.

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