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Crediti Iva, test-contraddittorio

Le Sezioni unite della Cassazione con la sentenza n. 17757/2016 hanno confermato che il credito Iva discendente da una dichiarazione omessa può essere comunque “recuperato” dal contribuente e ciò anche in sede contenziosa (si veda Il Sole24Ore del 9 settembre scorso). Si tratta, in effetti, di una prassi già seguita dagli uffici (circolare n. 34/2012 e 21/2013) anche se non ancora immune da alcune criticità. La perplessità principale è legata alla prova ed al momento in cui il contribuente la deve fornire. Secondo le Sezioni unite tale credito può essere riconosciuto in sede di contraddittorio e/o di contenzioso sulla cartella, dimostrando la sussistenza dei requisiti sostanziali.
Il contraddittorio
Il disconoscimento di un credito derivante da una dichiarazione omessa avviene, normalmente, attraverso il controllo automatizzato. L’Amministrazione, infatti, non riscontrando l’esistenza in anagrafe tributaria del credito compensato o riportato a nuovo, lo “elimina” automaticamente. Il contribuente, quindi, dinanzi alla notifica di tale atto o della conseguente cartella, può documentare la sussistenza sostanziale del proprio diritto fornendo all’ufficio competente gli elementi necessari a tal fine.
Il giudizio
Nell’ipotesi in cui in sede di contraddittorio con l’ufficio non venga riconosciuto il credito, occorre impugnare il provvedimento entro 60 giorni dalla notifica. Nel ricorso, il contribuente dovrà documentare la correttezza del credito utilizzato o riportato al fine di fornire al giudice gli elementi necessari affinchè possa riscontrare la sussistenza dei predetti requisiti sostanziali.
La prova della sussistenza
Le Sezioni unite, in proposito della dimostrazione a carico del contribuente, hanno innanzitutto richiamato i principi della giurisprudenza comunitaria secondo i quali una volta che l’amministrazione finanziaria disponga delle informazioni necessarie per dimostrare la sussistenza dei requisiti sostanziali, non può imporre condizioni supplementari ai fini della detraibilità dell’imposta. I requisiti sostanziali sono soddisfatti, secondo la sesta direttiva, da acquisti effettuati da un soggetto passivo destinati a proprie operazioni imponibili. In concreto, pare che il soggetto possa dimostrare la spettanza del credito producendo le fatture di acquisto e di vendita e ciò anche se siano state commesse irregolarità nella registrazione delle stesse.
Il termine
I giudici hanno rilevato che la norma nazionale non contrasta con i principi comunitari, laddove imponga un termine entro cui esercitare il proprio diritto. Più precisamente, il contribuente può detrarre il credito Iva entro la scadenza prevista per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto. Va da sé che il contribuente che abbia utilizzato entro tali termini il credito derivante dalla dichiarazione omessa, ha rispettato le previsioni normative, a nulla rilevando che la dimostrazione dei requisiti sostanziali avvenga in un momento successivo.
Le sanzioni
L’Agenzia, anche nell’ipotesi in cui riconosca il diritto di credito, è ferma nel ritenere applicabili le sanzioni nella misura del 30%, oltre agli interessi. Le Sezioni unite, sul punto, non si sono pronunciate, limitandosi ad affermare che «resta in disparte la questione della quantificazione delle sanzioni per l’omessa dichiarazione che sono pur sempre dovute coi peculiari criteri di scomputo di cui all’articolo 5» del dlgs 471/97. Tale norma prevede che nel caso di omessa presentazione si applica la sanzione dal 120 al 240% dell’ammontare del tributo dovuto, con un minimo di 250 euro. Pare così di comprendere che in simili violazioni, l’Agenzia dovrebbe applicare tale sanzione e non quella prevista per gli omessi versamenti, come accade attualmente.

Laura Ambrosi

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