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Crediti inesistenti sul banco d’accusa

Nonostante le sanzioni rese più severe dal 2016, continuano le truffe sui crediti di imposta. L’ultima è stata scoperta qualche settimana fa con decine di persone coinvolte, ritenute responsabili di numerosi reati: dalla truffa all’evasione fiscale, dal riciclaggio alla ricettazione.
L’accusa: la creazione di crediti di imposta fittizi successivamente ceduti a un centinaio di imprenditori, tutti ovviamente truffati (insieme all’Erario). Qualche mese fa era stata scoperta una truffa simile, realizzata attraverso la costituzione di crediti di imposta fittizi per falsi progetti di ricerca.

Oltre 110 crediti vigenti
I crediti di imposta rappresentano uno strumento molto appetibile per perpetrare illeciti fiscali spesso penalmente rilevanti (si veda l’altro articolo). Non di rado, peraltro, si tratta di illeciti che non si fermano al contribuente, che indebitamente fruisce del credito, ma presuppongono la partecipazione attiva di strutture professionali o societarie le quali predispongono a monte laboriose attività per mascherare la sussistenza dei requisiti necessari presenti solo sulla carta ma non, evidentemente, effettivi.
D’altro canto se si considera che le istruzioni ad Unico delle società di capitali di quest’anno dedicano 50 pagine ad elencare tutti i crediti di imposta vigenti (oltre 110) e che dai dati del Mef per il 2014 l’ammontare del solo credito di imposta per investimenti in beni strumentali – utilizzato da circa 6mila contribuenti – è stato di circa 397 milioni di euro, è agevole intuire l’alto rischio di frode cui sono esposte queste agevolazioni.
Trattandosi di agevolazioni fiscali, gli illeciti e le conseguenti indebite fruizioni non solo recano un danno all’Erario ma anche a tutte le imprese e ai contribuenti che intendono usufruirne legittimamente. L’introduzione di un credito d’imposta, infatti, è motivata dalle difficoltà economiche di determinati settori industriali o artigianali, dalla difficile situazione di alcune località, dalla necessità di incentivare determinati consumi, dai costi derivanti dall’adeguamento a nuove previsioni legislative.
Per tutte queste ragioni il regime sanzionatorio sui crediti di imposta, riformato a partire dal 2016 (Dlgs 158/2015), è particolarmente severo.

Le sanzioni
È prevista innanzitutto una netta distinzione tra due tipologie di infrazioni:
– il credito non spettante è quello effettivamente esistente, ma utilizzato in misura superiore a quella corretta o in violazione delle specifiche modalità di fruizione;
– il credito inesistente è la fattispecie che normalmente interessa la tipologia di frodi di cui qui si discute, ed è la situazione in cui il credito manca, in tutto o in parte, del presupposto costitutivo e la sua inesistenza non è riscontrabile mediante controlli formali.
I crediti inesistenti, quindi, richiedono verifiche fiscali e controlli della documentazione contabile, anche in relazione a contestazioni legate alla falsità di documenti ricevuti da terzi.
I tempi di accertamento poi sono raddoppiati rispetto agli ordinari termini di decadenza.
In sostanza, i crediti inesistenti hanno queste caratteristiche:
sono sanzionabili nella misura dal 100 al 200%;
possono essere contestati attraverso atto di recupero o con avviso di accertamento adeguatamente motivato;
il provvedimento va notificato entro il 31 dicembre dell’ottavo anno successivo all’utilizzo;
l’atto di recupero non può essere rateizzato e quindi il contribuente che intende dilazionare dovrà attendere la cartella di pagamento.
Infine, in caso di impugnazione, in pendenza del giudizio di primo grado, si pagano l’intera somma e tutte le sanzioni e non soltanto un terzo delle maggiori imposte pretese.

Antonio Iorio

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