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Crediti, il Fondo monetario boccia le banche italiane

Per le banche italiane quello del Fondo monetario è un esame difficile. Al voto sugli indicatori di stabilità delle principali banche del mondo, gli istituti di credito italiani superano a pieni voti solo due degli 8 test previsti.
In particolare, se la cavano abbastanza bene sul fronte dell’adeguatezza del capitale e dell’indebitamento ma non raggiungono la sufficienza sulla qualità degli asset e sulla capacità di fare raccolta a breve. Ad emergere è in particolare la percentuale delle sofferenze, cioè dei crediti inesigibili, sul totale dei prestiti, indicata dagli economisti del Fondo nel 10,7%, la terza cifra più alta della classifica dopo quelle delle banche di Grecia e Irlanda.
Va male anche il giudizio sulla capacità di fare raccolta a breve e sulla liquidità disponibile mentre è solo da migliorare la profittabilità. Gli istituti italiani insomma, per colpa della crisi, non escono troppo bene dalla radiografia del Fondo, anche se stupisce che il capo economista del Fmi Olivier Blanchard li abbia associati a quelli spagnoli nel fabbisogno di nuovo capitale. Il Fondo però è, come sempre, fin troppo severo con tutte le banche europee non solo con quelle italiane. Se i governi dei Paesi della zona euro non daranno risposte efficaci alla crisi, ristabilendo la fiducia e le cose non miglioreranno, il settore del credito — dice infatti il rapporto dell’Fmi — sarà il primo a soffrire e ci sarà una nuova stretta creditizia. In particolare ci sarà il crollo degli attivi bancari, in parte erosi dalle svalutazioni e in parte alleggeriti per evitare nuovi rafforzamenti patrimoniali: la riduzione sarebbe del 7,3%, cioè di 2.800 miliardi dollari che potrebbe però arrivare, nello scenario peggiore, addirittura al 12% del totale degli attivi, in cifra ben 4.500 miliardi di dollari. Gli esperti del Fondo esprimono molta preoccupazione in merito, ma è bene dire che i dati riguardano un campione di 58 grandi banche. Quanto alla stretta, nell’arco di due anni (tra il terzo trimestre del 2011 e il quarto del 2013) l’offerta di credito totale nei Paesi della periferia dell’eurozona dovrebbe ridursi del 9% nello scenario più favorevole e di quasi il 18% in quello peggiore di «politiche deboli».
Le azioni decise della Banca centrale europea nelle ultime settimane «hanno contribuito a rimuovere le paure peggiori degli investitori», ma «devono essere ulteriormente usate come base per nuovi passi», ha detto ieri, presentando il Rapporto sulla stabilità Josè Vinals, consigliere finanziario del Fondo. «La fiducia è ancora molto fragile» perché «i rischi sono aumentati e la principale fonte di rischio resta l’eurozona». La frammentazione finanziaria ed economica, ovvero la spaccatura tra la periferia e il resto della zona euro, crea problemi in termini di costi di finanziamento per gli Stati, le banche, le aziende e le famiglie, «ma il processo può essere invertito».

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