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Crediti deteriorati, inversione di tendenza

Per tornare alla normalità ci vorranno anni, ma i segnali arrivati nelle ultime settimane sul fronte dei crediti problematici in pancia alle banche evidenziano che la fase più acuta della crisi è alle spalle. Un segnale positivo anche per le famiglie e le imprese, che finora hanno pagato il prezzo più salato per la chiusura dei rubinetti del credito.

Varie categorie sotto un unico cappello. Quando si parla di non performing loans si fa riferimento a tipologie di crediti deteriorati (cioè la cui esigibilità non è più certa) spesso molto diverse tra loro. La febbre è di pochi decimali a proposito delle esposizioni scadute, vale a dire quelle in ritardo da 180 giorni. Gli incagli sono invece le esposizioni nei confronti di confronti di soggetti in situazione di difficoltà obiettiva, che dura da parecchi mesi, ma sembra avere carattere temporaneo. Un altro genere di crediti deteriorati è costituito dalle esposizioni ristrutturate, vale a dire crediti che sono stati oggetto di modifica delle condizioni contrattuali per favorire il rientro (seppur parziale del debitore). Per la banca si tratta, dunque, di una perdita certa, ma decisa dallo stesso istituto nel timore di dover altrimenti fronteggiare una perdita ben maggiore. La categoria più grave di npl è costituita dalle sofferenze, crediti la cui riscossione è divenuta fortemente a rischio perché i soggetti debitori risultano in stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente).

Nuovi npl in frenata. Per ovviare a questo genere di rischi, le banche accantonano delle riserve apposite in proporzione al credito a rischio e alla sua condizione. Questo comporta una riduzione delle nuove erogazioni in quanto da una parte le coperture impegnano una quota di capitale degli istituti e dall’altra c’è il timore che i nuovi prestiti possano dar vita a ulteriori crediti deteriorati.

Detto delle caratteristiche, va anche aggiunto che l’Italia è tra i Paesi occidentali con la quota maggiore di non performing loans e proprio questa è una delle ragioni dietro la maggiore lentezza della ripresa. D’altro canto va comunque detto che il picco dell’emergenza dovrebbe ormai essere alle spalle. Secondo le ultime rilevazioni, relative al consuntivo di febbraio 2016, il rapporto tra le sofferenze nette (calcolate cioè scontando dal dato lordo le somme già accantonate dagli istituti) e gli impieghi totali è risultato del 4,6%, sostanzialmente in linea con il 4,64% di gennaio 2015, mentre alla fine dello scorso anno era stato raggiunto il 4,93%. Anche l’indicatore relativo alle sole sofferenze nette segnala un miglioramento: a fine febbraio sono pari a 83,1 miliardi di euro, in diminuzione di oltre 500 milioni rispetto a gennaio e in calo di quasi 6 miliardi rispetto a dicembre 2015.

L’approfondimento completo su ItaliaOggi Sette in edicola da lunedì 23 maggio 2016.

Luigi dell’Olio

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