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Crediti deteriorati, è dietrofront

Un fiume in piena di crediti deteriorati si sta per abbattere sul sistema finanziario italiano. Entro i prossimi due anni, lo stock di non performing exposure (Npe), ossia l’esposizione che gli istituti di credito hanno nei confronti degli Npl (non performing loan, crediti deteriorati), dovrebbe aumentare di una cifra compresa tra gli 80 e i 100 miliardi di euro come conseguenza delle ricadute economiche della pandemia. È l’allarme lanciato degli esperti di Pwc dopo aver passato al setaccio il mercato degli Npl in Italia che, prima dell’arrivo del Covid, stava compiendo passi da gigante nella giusta direzione. Basti pensare che nel 2020 i volumi lordi di Npe sui libri delle banche si erano ridotti di oltre il 70% rispetto al picco di 5 anni prima, passando da 341 miliardi di euro del 2015 agli appena 99 miliardi della fine dell’anno. Per arrivare a 350 miliardi in termini di stock cumulato, includendo cioè anche la porzione in capo agli investitori. Un calore calmierato tuttavia dalle misure di sostegno introdotte dal governo, che hanno permesso di congelare e frenare il processo di deterioramento dei crediti durante i mesi dell’emergenza sanitaria. «Dopo gli importanti risultati ottenuti negli scorsi anni, il sistema bancario italiano è ora posto di fronte alla fondamentale sfida rappresentata dal deterioramento della qualità del credito che sarà inevitabilmente causato dal Covid-19», ha avvertito Pier Paolo Masenza, financial services leader di Pwc Italia, secondo cui regna ancora una grande incertezza sull’impatto effettivo che avrà l’attuale crisi sui nuovi flussi di credito deteriorato. I dati più recenti relativi al peggioramento importante del merito creditizio (stage 2) e alle moratorie iniziano a mostrare i primi segnali di attenzione: secondo l’analisi di Pwc, i crediti a livello di stage 2 delle principali banche italiane sono cresciuti nel 2020 di circa 64 miliardi di euro arrivando a rappresentare mediamente il 14% del totale portafoglio crediti. E a fine marzo risultava classificato come stage 2 oltre il 30% dei crediti in moratoria e oltre il 10% dei prestiti con garanzia pubblica. «Le banche dovranno agire con prontezza per recuperare o riportare in bonis i crediti deteriorati», ha avvertito Masenza secondo cui, in un contesto come quello attuale, investitori con appetito nel fornire nuova finanza potranno trovare interessanti opportunità. «Investitori e operatori specializzati in distressed credit e in operazioni di restructuring/turnaround si stanno già muovendo in questa direzione, con l’ambizione di aiutare imprese solide da un punto di vista industriale che stanno attraversando situazioni di distress finanziario», ha continuato l’esperto. «Nel valutare gli effetti della pandemia bisogna considerare che le sofferenze sono solo una parte del fenomeno e che la maggior parte delle posizioni oggetto di attenzione si riferiscono ad aziende sane. Banche, servicer, investitori si devono alleare per riuscire a distinguere rapidamente le posizioni che hanno la possibilità di superare la fase di difficoltà». I nuovi flussi di Npe saranno infatti costituiti prevalentemente da piccole/medie imprese appartenenti ai settori più colpiti dalla crisi. Mentre gli Utp, ovvero i crediti incagliati, saranno tra le asset class più colpite dalla pandemia e la più complessa da gestire per le banche. «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) giocherà un ruolo chiave nella ripresa dell’economia reale e condizionerà anche il mercato degli Npe incidendo direttamente sulla probabilità di default di imprese che hanno avuto accesso alle misure straordinarie di sostegno», hanno spiegato da Pwc.

Intanto il 2020 si è chiuso con oltre 40 miliardi di euro di transazioni (tra mercato principale e secondario). A guidare la classifica delle operazioni più importanti, l’acquisto di crediti deteriorati targati Intesa Sanpaolo per oltre 6 miliardi di euro da parte di Yoda spv. Ma non si tratta dell’unica operazione rilevante conclusa lo scorso anno. Uno dei protagonisti del mercato degli Npe è stata Amco, controllata del ministero dell’economia, che ha acquistato 4,9 miliardi di euro di crediti deteriorati da Mps oltre a 2,6 miliardi di Utp. Un altro miliardo di euro l’ha rilevato da Banco Bpm, 2 miliardi dalla Banca popolare di Bari e altri 450 milioni circa dal Credito Valtellinese.

E cosa dire del 2021? Secondo le rilevazioni di Pwc, nei primi sei mesi dell’anno è stata Intesa Sanpaolo la più attiva nel mercato degli Npe italiani: tra operazioni chiuse e in fase di negoziazione sta cedendo crediti deteriorati per 7,9 miliardi di euro; seguita da Unicredit con 3,92 miliardi e Banco Bpm con 1,45 miliardi di euro. «In linea con il suo piano industriale, Unicredit ha annunciato o realizzato operazioni per un totale di 4 miliardi di euro di cui 3 miliardi di euro di bad loans e un miliardo di Utp», hanno spiegato gli esperti di Pwc. «Intesa Sanpaolo ha annunciato operazioni per un totale di 8 miliardi di euro di cui 5,5 miliardi di bad loans e 2,5 miliardi di Utp. Mentre Banco Bpm ha venduto un portafoglio di bad loans per un valore di 1,5 miliardi di euro. Sul fronte Gacs (garanzie sulla cartolarizzazione delle sofferenze), negli ultimi mesi del 2020 cinque operazioni hanno ottenuto la garanzia pubblica: quelle chiuse da Intesa Sanpaolo e Ubi, quella di Banca Popolare di Bari per 0,9 miliardi di euro, il progetto Titan realizzato da Alba Leasing per 300 milioni di euro e il progetto Summer chiuso da Bper sempre per 300 milioni. Nel 2021, solo il progetto Rockets di Banco Bpm, del valore di 1,5 miliardi di euro, ha ottenuto la garanzia pubblica».

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