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Crediti a sanzione ridotta

Il superamento del limite annuale non integra la violazione di compensazione con crediti inesistenti. È quindi corretto il ravvedimento operoso con la sanzione ridotta del 30% e non si applica, invece, la penalità più pesante del 200 per cento. A stabilirlo è la sentenza 291/42/2013 della Ctp Milano.
La società parte in causa, accortasi di aver superato il limite massimo per la compensazione previsto per ciascun anno solare (il limite è stato fissato in 516mila euro dall’articolo 34 della legge 388/2000 ma dal 2014 diventerà di 700mila euro per effetto dell’articolo 9, comma 2, del Dl 35/2013), aveva rimediato all’errore commesso con l’istituto del ravvedimento operoso. Insieme all’eccedenza di credito utilizzato oltre il limite di legge e ai relativi interessi, la società aveva versato – nella misura ridotta per la regolarizzazione spontanea – la sanzione per omesso versamento.
Nonostante il ravvedimento operoso, l’ufficio ha emesso un atto di recupero di credito Iva, con il quale – oltre a richiedere l’eccedenza utilizzata in compensazione, con i relativi interessi – ha irrogato la sanzione prevista dall’articolo 27, comma 18, del Dl 185/2008. La disposizione stabilisce che l’utilizzo in compensazione di crediti inesistenti per il pagamento di somme dovute è punito con la sanzione dal 100 al 200% della misura dei crediti stessi. La sanzione è sempre massima quando si verifica un’illegittima compensazione per un ammontare superiore a 50mila euro per ciascun anno solare.
L’atto impositivo è stato impugnato dalla società, la quale ne ha richiesto l’annullamento sulla base dell’intervenuto ravvedimento operoso, da ritenere regolarmente effettuato – a parere della contribuente – anche con riferimento all’individuazione della violazione da sanare: omesso versamento, invece che compensazione con crediti inesistenti.
Nelle proprie controdeduzioni, l’agenzia delle Entrate ha parzialmente riconosciuto la correttezza delle ragioni della società: l’ufficio, infatti, ha dichiarato validamente effettuata la regolarizzazione con riferimento all’eccedenza di credito e agli interessi, mentre ha insistito per l’applicazione della sanzione irrogata.
La Ctp ha accolto il ricorso della contribuente, affermando che nel caso in esame l’importo portato in compensazione oltre il limite legale non può essere considerato un credito inesistente. Di conseguenza non possono sussistere i presupposti per la sanzione materialmente irrogata dall’ufficio.
Nessun dubbio può esserci, a parere del collegio di primo grado, laddove si consideri il tenore letterale delle disposizioni richiamate dalle parti in causa e si prenda atto che il sistema sanzionatorio tributario è basato sul principio di legalità, il quale impone che nessuno può essere assoggettato a sanzioni se non esclusivamente nei casi considerati dalla legge.
Inoltre, la Ctp ha rammentato che «pur non essendo il caso della questione … in giudizio, ma solo per completezza della decisione, nel caso di dubbi nell’interpretazione di una norma sanzionatrice, la condotta dell’ufficio nell’applicare le sanzioni deve ispirarsi al principio del favor rei». Tale principio è positivamente stabilito non soltanto dal Codice penale, ma anche dal corpo normativo che stabilisce le disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie (articolo 3 del Dlgs 472/1997).

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