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«Crediti a rischio, servono 21 miliardi»

Alle principali banche italiane servono 21 miliardi per aumentare la copertura dei crediti dubbi, ma possono fare una pulizia dei bilanci e allinearsi agli standard europei senza intaccare solidità patrimoniale e dividendi.
È questa in sostanza la conclusione dell’ultimo rapporto sui nostri istituti di credito realizzato da Mediobanca securities, la divisione di equity research basata a Londra di Piazzetta Cuccia. Che rilancia l’idea di una «bad bank» finanziata dall’Esm (il cosiddetto fondo salva Stati europeo) per far confluire sofferenze e incagli, sottolineando che l’ipotesi sarebbe ora più «gestibile» rispetto alle stime contenute nel rapporto di metà ottobre 2012 che quantificava in 33 miliardi il fabbisogno di capitale delle nostre banche per riallinearsi alla «best practice»: secondo Mediobanca securities l’analisi aggiornata limita il capitale necessario per la bad bank a 18 miliardi. «Il mercato accoglierà bene» l’ipotesi «in quanto stimolerà probabilmente la disponibilità di credito per far ripartire l’economia». E «le istituzioni europee difficilmente potranno negare all’Italia l’operazione» considerato anche il precedente spagnolo. E questa è secondo gli analisti la «buona notizia». Ce n’è però anche una «cattiva»: «L’incertezza politica italiana ostacola il progetto bad bank perché il Paese non ha ora un governo che può negoziare i termini con le istituzioni europee».
Secondo il rapporto, i 10 maggiori istituti italiani presentano (ai nove mesi 2012) crediti dubbi o problematici (somma di sofferenze, incagli, crediti ristrutturati e scaduti) lordi pari a 202 miliardi e netti a 124 miliardi, con una copertura media del 39%, ben inferiore a quella europea, pari al 53%. Media, la nostra, alla quale concorrono in modo differente banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit con il 43% e Banca Popolare o Ubi che «viaggiano» sul 24-25%. Secondo lo studio la pulizia di bilancio potrebbe aver luogo con i conti 2012, a carico quindi del quarto trimestre. Con una serie di iniziative la copertura potrebbe aumentare di dieci punti al 49%, quindi prossima agli standard europei. Per Unicredit e Intesa, per citare le due più grandi, si tradurrebbe in uno «sforzo» da 8 miliardi ciascuna.
Come potrebbe articolarsi l’intervento? Dei 10 punti, fino a 3,8 punti di maggiore copertura possono arrivare «sacrificando» gli utili senza però intaccare la capacità di distribuire dividendi (richiesti dagli azionisti); fino a 2,9 punti si possono ottenere stressando il common equity (capitale di base o di migliore qualità) secondo Basilea 3 al 2012 senza scendere sotto i requisiti minimi previsti; infine 3,9 possono arrivare da quanto previsto da Basilea 3 per le banche che adottano i modelli Irb sul rischio di credito validati da Bankitalia: le perdite attese sui crediti calcolate secondo i modelli interni dovrebbero essere pienamente coperte con gli accantonamenti, in caso contrario la differenza va integralmente dedotta dal common equity ratio, perciò secondo l’approccio Irb (utilizzato al settembre 2012 da sei delle principali banche italiane) può essere già stato dedotto un ammontare più elevato di accantonamenti rispetto a quelli finora iscritti a bilancio.
Ecco dunque come potrebbero agire le banche secondo Mediobanca securities. Il cui studio arriva peraltro dopo che Bankitalia, prima al Forex quindi attraverso una lettera, ha appena «raccomandato» ai nostri big del credito di aumentare il livello degli accantonamenti. Una «pulizia» necessaria. Anche per far ripartire la disponibilità di credito.

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