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Credit crunch, pmi in dribbling

Dribblare il credit crunch cercando un’alternativa ai rapporti sempre più difficili con il mondo bancario. È l’imperativo per le piccole e medie imprese di tutti i settori, che non hanno le spalle abbastanza robuste per accedere ai finanziamenti necessari allo sviluppo (e, in alcuni casi, addirittura vitali per continuare a operare), anche nei casi in cui presentano una solidità finanziaria adeguata. ItaliaOggi Sette ha sentito il parere di una serie di analisti per tracciare una mappa degli strumenti a disposizione sul fronte del debito e del capitale, rilevando pregi e difetti di ciascuno.

La strada del rating. Le difficoltà di accesso al credito hanno cominciato a manifestarsi con l’avvento di Basilea II, protocollo internazionale che ha mandato in soffitta i criteri discrezionali di concessione dei finanziamenti, per lasciare spazio a indicatori oggettivi. Ogni soggetto che si rapporta con il mondo bancario riceve una sorta di pagella dall’istituto di credito, che ne attesta la solidità patrimoniale, l’affidabilità dimostrata in precedenza e la solvibilità futura. I tassi applicati sono tanto più alti, quanto meno è considerata affidabile l’azienda richiedente (un approccio con cui le banche si tutelano da eventuali insolvenze). Ferme restando le buone intenzioni dell’accordo, che avrebbe dovuto contribuire a fare trasparenza nel mercato, la sua adozione si è rivelata dannosa in un periodo di rallentamento economico, quando allargare i cordoni della borsa sarebbe stato utile per fronteggiare la congiuntura. Questo scenario aiuta a inquadrare il ruolo delle agenzie di rating, che certificano la situazione finanziaria delle aziende richiedenti, facilitandone di fatto l’accesso al credito bancario. La controindicazione è data dal fatto che fino a pochi mesi fa il mercato era dominato da tre agenzie statunitensi (Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch), alle quali si è poi aggiunta la cinese Dagong: ad accomunarle, la propensione a mettere sotto la lente le società di grandi dimensioni, complici i costi richiesti per il servizio. Da qualche mese al gruppo si è aggiunta Crif, azienda bolognese specializzata nei sistemi di informazioni creditizie e business information, autorizzata al rilascio dei rating dalla Consob e dall’agenzia di controllo europea Esma (European Securities and Markets Authority).

«Siamo focalizzati in primo luogo sulle pmi, che sono l’asse portante dell’economia e che oggi non hanno tanto problemi di solidità, quanto di visibilità internazionale», spiega Giuseppe Incarnato, direttore dell’agenzia di rating di Crif, precisando il concetto: «Nel nostro paese ci sono 20 mila aziende di piccole o medie dimensioni con un rating “investment grade”, quindi solide dal punto di vista patrimoniale e capaci di attirare capitali. La loro difficoltà è di comunicare con il mondo bancario la specificità tutta italiana dell’impresa di ridotte dimensioni, e spesso a gestione familiare, che in molti casi in realtà è un punto di forza».

I rating emessi da Crif sono accompagnati da un report che illustra nel dettaglio la valutazione effettuata sull’impresa e sintetizzati da una delle 14 classi alfanumeriche (da A1, la migliore, a C3, la peggiore, oltre alla classe delle imprese già a default).

L’apertura del capitale agli investitori istituzionali. La crescita della competizione internazionale, confrontata con la ridotta capitalizzazione di molte aziende, impone alle stesse di fare un passo ulteriore: aprire la compagine societaria a nuovi soggetti. Se trovare azionisti tra gli altri imprenditori è particolarmente difficile in una fase congiunturale negativa come quella attuale, un’opportunità da considerare è fornita dai fondi di private equity, investitori istituzionali che puntano sulle aziende con un buon potenziale di crescita, con l’obiettivo poi di liquidare la partecipazione dopo qualche anno traendone profitto.

Secondo l’Aifi (Associazione italiana del private equity e venture capital), a fine 2011 il portafoglio complessivo degli operatori monitorati in Italia risultava composto da 1.304 investimenti attivi, distribuiti su 1.136 società (85 miliardi di fatturato), per un controvalore delle partecipazioni detenute, valutate al costo d’acquisto, pari a 20,1 miliardi di euro.

Numeri ridotti se confrontati con quelli degli altri grandi mercati europei, ma con ampie possibilità di crescita, considerato che diversi analisti stimano tra i 10 e i 12 miliardi di euro la liquidità a disposizione dei fondi: somme pronte da investire se si presenteranno le opportunità. «L’ampio potenziale inespresso è dovuto in primo luogo alla differenza culturale tra i fondi e molte pmi italiane», spiega Antonio Tognoli, vicepresidente di Aiaf (Associazione Italiana degli Analisti Finanziari).

«I primi tendenzialmente puntano a conquistare la maggioranza delle quote azionarie per poter decidere le strategie, mentre l’imprenditore raramente è disposto a perdere il controllo della sua creatura, alla quale in genere è legato anche da ragioni affettive». «L’ostacolo culturale è quello più difficile da superare, ma la situazione congiunturale che stiamo attraversando potrebbe spingere molti imprenditori ad accettare un’ipotesi che in passato hanno rifiutato», gli fa eco Luca Bottiglione, Gestore di Nemesis AM.

Del resto, lo scenario è in evoluzione e oggi numerosi fondi cominciano a considerare anche l’ingresso con quote minoritarie. «Il matrimonio tra imprenditore e investitore istituzionale può funzionare molto bene, a patto di chiarire da subito i punti essenziali, vale a dire i meccanismi decisionali, le strategie di crescita e le prospettive di uscita del fondo dal capitale».

Dello stesso avviso è Stefano Fabiani, responsabile gestioni patrimoniali di Zenit Sgr: «Oltre a rafforzare il capitale, l’ingresso di un fondo private può aiutare l’azienda a dotarsi di sistemi di governance che facilitano il rapporto con il mondo del credito», sottolinea, «così come a migliorarne la visibilità sul mercato».

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