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Credit crunch: ecco il conto per le imprese

di Morya Longo e Fabio Pavesi

Il Governo prepara una manovra da 20 miliardi. Ma oltre a questo sforzo che la politica chiederà al sistema-Italia per mettere in riga i conti pubblici, ce n'è un altro da almeno 5,5-8,8 miliardi che viene imposto allo stesso sistema-Italia dalla crisi finanziaria. Sarà infatti questo, secondo le stime del «Sole 24 Ore», il costo aggiuntivo del credit crunch per le imprese nel 2012. Insomma: sarà questa la spesa per interessi che le aziende saranno costrette a sopportare se i tassi rimanessero al livello attuale e non su parametri normali. Da 5,5 a quasi nove miliardi: una cifra pari ad almeno un quarto della manovra del Governo. Una cifra, per di più, molto prudenziale: la realtà sarà probabilmente ancora più "salata".
Non si può capire la mossa concertata delle sei principali Banche centrali del mondo, che mercoledì hanno facilitato l'accesso a finanziamenti in dollari per tutte le banche europee, se non ci si sofferma su ciò che sta accadendo all'economia reale: se il sistema bancario soffre, se gli istituti creditizi faticano a reperire liquidità perché "ghettizzati" nel lazzaretto del rischio-Paese, anche le imprese solide rischiano di soccombere. Una crisi di liquidità, se arriva, colpisce tutti: forti e deboli; banche e imprese. È proprio per bloccare questo vortice, che colpisce l'intera Europa e non solo l'Italia, che le banche centrali di mezzo mondo hanno messo in piedi la maxi-operazione di mercoledì. È per questo che, probabilmente, presto la Bce interverrà ancora.
Se il credito va in apnea
Il rischio-Paese, che costringe lo Stato a emettere BTp triennali a tassi vicini all'8%, ha piano piano prosciugato le fonti di finanziamento degli istituti di credito italiani ed europei: le banche estere, i fondi pensione, i fondi monetari sono sempre più restii a prestare loro denaro. La crisi di liquidità è alleviata dalla Bce, che presta a qualunque istituto qualunque somma di denaro. Ma questo non basta: se il mercato non gira più, e se i titoli da consegnare in garanzia alla Bce iniziano a scarseggiare, la crisi diventa durissima.
Per le banche italiane c'è un'ulteriore aggravante: l'uscita di capitali dall'Italia. Alcuni dati dell'Istat, pubblicati recentemente dal «Sole 24 Ore», rendono l'idea. Uno: l'export di lingotti d'oro in Svizzera a settembre è cresciuto del 157,7% rispetto ad un anno prima. Solo a settembre hanno travalicato le Alpi più di 13 tonnellate di metallo giallo. Questo significa che molti italiani stanno comprando oro per portarlo fuori dall'Italia. Questo darà anche loro l'illusione di salvare i risparmi, ma di certo impoverisce il Paese. E impoverisce le banche, su cui quei risparmi sarebbero altrimenti depositati. Due: le segnalazioni dalla Banca d'Italia di operazioni in odore di riciclaggio (cioè prelievi di contanti sopra le soglie massime) sono passate da circa 12.500 nel 2007 a circa 44mila nel novembre 2011. L'incremento è stato del 252 per cento. Segno che l'utilizzo dei contanti (portati dove?) aumenta. Segno che il sistema bancario viene sempre più trascurato dagli stessi italiani. Insomma: tutto questo dimostra che a impoverire il paese non sono solo fantomatici speculatori, ma anche gli stessi italiani.
Effetto finale: credit crunch
Non bisogna dunque stupirsi se poi le banche sono costrette a chiudere i rubinetti del credito: sono loro le prime a subire una stretta su tutti i fronti. I dati inediti del «Sole-24 Ore», calcolati da un istituto di consulenza sulle prime sette banche italiane, parlano chiaro: la cinghia si sta stringendo. I tassi effettivi per prestiti a tre anni (quindi brevi, quelli lunghi sono di fatto bloccati) costano in media oggi il 7%. Ma è una media. Si va dal 2,2-3,9% per le grandissime imprese con merito di credito elevato. Dentro qui trovate solo Eni e consimili italiane. Già le medie imprese pagano tassi da un minimo del 4,16% a un 6,8% massimo. E infine le piccole (il vero tessuto produttivo italiano) che pagano da un minimo del 6,5% a un massimo del 10,5%. Livelli vicini all'usura. E questi dati sono in questi giorni ulteriormente sotto pressione. Verso l'alto ovviamente.
Che impatto ha sul sistema imprese? Eccolo. Lo stock di prestiti alle aziende italiane è di circa 900 miliardi. Di questi, un importo tra i 100 e i 160 miliardi andrà a scadenza l'anno prossimo. Tanti? No, è una stima prudenziale, dato che solo il campione delle 2.030 principali imprese italiane censite da Mediobanca aveva nel 2010 debiti finanziari in scadenza a breve per 41 miliardi e il campione delle medie imprese per altri 35 miliardi. Facile supporre che l'intero sistema arrivi a dover rifinaziare almeno 100 miliardi se non 160 miliardi nel 2012, quindi tra l'11% e il 18% del monte-crediti totale. Sono dati stimati per difetto, che portano a una spesa per interessi ai tassi sopra descritti tra i 7 e gli 11,2 miliardi. Ebbene lo spread sui governativi impennatosi dai mesi estivi in poi, porta l'extra-costo aggiuntivo per le aziende a una forchetta tra i 5,5 miliardi e gli 8,8 miliardi. Più di un quarto della manovra che il Governo sta preparando. Questa è la bolletta che le imprese pagheranno l'anno prossimo alla crisi sistemica dell'area euro. Il credit crunch è in questi numeri. Il conto è talmente salato che molti rinunciano a chiedere prestiti. Secondo dati della Bce, la disponibilità di prestiti alle piccole imprese nell'eurozona è calata dal 5 al 14%. Imprese e famiglie che non chiedono denaro. Costa troppo.

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