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Crédit Agricole esce da Intesa Sanpaolo

Fuori da Intesa Sanpaolo, ma non dall’Italia. Crédit Agricole coglie l’occasione della diffusione del bilancio 2012 (chiuso con perdite record di 6,47 miliardi di euro) per fare il punto della situazione sulle attività e sulle partecipazioni nel nostro Paese. Nel corso del secondo semestre la Banque Verte ha infatti ceduto fino all’ultima azione che deteneva nel gruppo di Ca’ de Sass, ma ha in generale mantenuto la sua presenza al di qua delle Alpi, incrementando anzi l’esposizione netta verso l’Italia di quasi 600 milioni di euro fino ai 4,5 miliardi di euro del 31 dicembre scorso come si evince dalla persentazione fatta agli analisti.
L’uscita da Intesa Sanpaolo non può certo dirsi un fulmine a ciel sereno: con l’alienazione delle ultime azioni – avvenuta non in blocco, ma sul mercato «in un flusso continuativo, in base alle condizioni di prezzo», come ha precisato nella conference call con gli analisti l’amministratore delegato Jean-Paul Chifflet – si è chiusa una vicenda che si trascinava ormai da fine 2006, da quando cioè la banca francese aveva rilevato gli sportelli di Cariparma e Friuladria, e dal successivo patto di sindacato stipulato nel 2009 con Generali.
Era stata proprio l’Antitrust, allora guidata da Antonio Catricalà, a imporre a Crédit Agricole di sterilizzare i diritti di voto in Intesa Sanpaolo e di ridurre progressivamente il pacchetto, allora del 5,8%, sotto la soglia del 2 per cento. Una richiesta soddisfatta, dopo numerose proroghe legate alla difficile situazione creatasi sui mercati, e comunicata alla Consob soltanto lo scorso agosto e che ha comportato allora svalutazioni in bilancio per 445 milioni. L’uscita definitiva è stata poi perfezionata nei mesi successivi e ha generato per i transalpini una plusvalenza.
Sull’Italia più in generale, Chifflet è stato piuttosto esplicito: «Non prevediamo di uscire, siamo presenti in numerosi ambiti e con molte attività», ha detto il numero uno di Crédit Agricole, ricordando che «il Paese ha alcune difficoltà, ma abbiamo fiducia nelle sue capacità di rialzarsi». Detto dell’esposizione netta verso il nostro Paese in crescita a livello di portafoglio bancario, occorre pure notare che le società assicurative del gruppo francese hanno nel complesso ridotto in modo il quantitativo di titoli di Stato italiani detenuti, passando dai 7,08 miliardi di euro di fine 2011 ai 4,39 miliardi di 12 mesi dopo. Nel complesso, l’esposizione verso il debito sovrano dei Paesi «periferici» si è quasi dimezzata (-48% a 7,98 miliardi) nel corso del 2012, soprattutto per effetto dell’azzeramento della posizione sulla Grecia (era 1,89 miliardi a fine 2011) e del drastico taglio (quasi il 70% a meno di un miliardo di euro) sui titoli spagnoli.
Sul pesante bilancio 2012 accusato dal gruppo francese hanno invece influito soprattutto le partite straordinarie: le minusvalenze sulla cessione della quota nella banca greca Emporiki, per esempio, hanno pesato per 707 milioni (oltre a 838 milioni di mancate deduzioni fiscali a causa di una decisione inattesa del governo francese), la svalutazione dell’avviamento di Cariparma per 852 milioni (di cui si parla in modo più approfondito a fianco).
Senza le voci di carattere non ricorrente, Crédit Agricole (che non distribuirà dividendi quest’anno) avrebbe chiuso il 2012 con un risultato normalizzato pari a 5,7 miliardi, ed è stato probabilmente proprio questo l’elemento a determinare la reazione apparentemente «contraria» del mercato, che ieri ha premiato in Borsa il titolo dell’istituto di credito transalpino con un rialzo del 3,89%. Lo stesso Chifflet ha allontanato la possibilità di un aumento di capitale, contribuendo così a tranquillizzare il mercato, mentre il direttore finanziario Bernard Delpit ha tracciato un quadro meno grigio per il 2013, anno che si dovrebbe chiudere per Crédit Agricole con «un leggero aumento» dei redditi operativi e con un risultato contabile «significativamente positivo».

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