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Crediop: niente acquirenti, si taglia

Sessanta licenziamenti, oltre un terzo dei 177 dipendenti di Dexia Crediop. A metà ottobre la banca, filiale italiana del gruppo franco belga Dexia, ha avviato una procedura di consultazione con i sindacati per verificare i riflessi occupazionali del «piano di risoluzione ordinata » disposto dalla Commissione Europea per far fronte alla crisi che ha colpito l’istituto finanziario. Piano che prevede, spiega la stessa banca in un comunicato di luglio, «la gestione in ammortamento senza nuova produzione di attivi». Cioè una gestione dell’esistente, in attesa che si faccia avanti un compratore della quota del 70% di Dexia: il rimanente 30% appartiene in parti uguali a Banca Popolare di Milano, Banco Popolare e Banca Popolare dell’Emilia Romagna, azionisti dal 2000. Visto che ancora l’eventuale cessione non si concretizza, prosegue il piano di risoluzione ordinata, e pertanto il personale attuale potrebbe essere in esubero, la banca intende avviare una ristrutturazione. E l’articolo 20 del contratto collettivo di lavoro dei bancari prevede che «prima di ricorrere all’applicazione delle norme di cui alla legge 23 luglio 1991 n. 223» (che disciplina i licenziamenti collettivi) si debba avviare una trattativa con i sindacati per cercare di «non disperdere il patrimonio umano e professionale presente nell’impresa». La procedura dura 50 giorni, durante i quali le parti «si astengono da ogni azione diretta», ma sono anche tenute a evitare comunicazioni

con la stampa. E dunque nessun commento da parte dell’amministratore delegato Jean Le Naour o da parte dei rappresentanti sindacali e tanto meno dai dipendenti. Che però, naturalmente, temono fortemente di perdere il loro posto di lavoro. Ma in ballo non ci sono solo 53 o 60 posti di lavoro (il numero non è ufficiale e non può ancora essere definito visto che la procedura è in corso, ma si tratta degli esuberi individuati in questa prima fase). Crediop vanta quasi un secolo di storia: nato nel 1919 come Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche «con l’obiettivo di indirizzare il risparmio nazionale al finanziamento delle infrastrutture e delle opere per lo sviluppo del Paese», l’istituto di credito ha affiancato per decenni gli enti locali, «diventando un importante attore del settore di riferimento, cambiando più volte assetto, e scegliendo nel tempo il miglior approccio di mercato che consentisse di sostenere efficacemente i propri clienti», come si legge nello stesso profilo dell’istituto, descritto nel sito. Eppure Crediop, pur potendo contare su un patrimonio netto di oltre un miliardo, rischia di essere travolto dalla profonda crisi della propria capofila, che ha portato la Commissione Europea il 28 dicembre 2012 a disporre la “risoluzione ordinata”, piano poi prorogato nel luglio di quest’anno. I sindacati hanno cercato freneticamente negli ultimi mesi una soluzione per evitare quello che in una lettera inviata dieci giorni fa al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, al governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e al presidente della Banca Centrale Europea definiscono come un «ulteriore passo verso lo smantellamento ». La banca, ricordano nella lettera, «detiene circa 20 miliardi di euro di debito pubblico italiano (Stato ed enti locali) ed è dotata di un elevato grado di specializzazione nel finanziamento degli investimenti e delle infrastrutture di cui il Paese ha estremo bisogno». L’allarme è arrivato anche in Parlamento: il 30 ottobre la deputata Titti De Salvo, eletta nella lista di Sel e iscritta dal luglio di quest’anno al Gruppo Misto della Camera dei deputati, ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Economia per chiedere «quali atti siano stati posti in essere, vista la particolare composizione degli attivi di Dexia Crediop spa, al fine di monitorare il processo di cessione della banca e di verificare l’esistenza di potenziali compratori. «Attualmente Dexia Crediop presenta un patrimonio di vigilanza di 1,3 miliardi di euro; — ricorda De Salvo — inoltre, al 30 giugno 2014 ha un margine d’intermediazione consolidato di 61 milioni, un utile netto consolidato di 25 milioni e il totale delle attività consolidate pari ad oltre 37 miliardi ». Al momento la Commissione Europea ha previsto per Dexia Crediop la possibilità di generare nuovi attivi «per un importo fino a 200 milioni di euro destinati alla clientela esistente per un periodo di un anno dalla data di approvazione del piano da parte della Commissione Europea», periodo che è stato poi prorogato. Dipendenti e sindacati sperano ancora in un intervento della Banca d’Italia: c’è stato un incontro l’8 ottobre, al quale però per il momento non è seguito nulla. Speranze sono anche riposte in un eventuale intervento dei soci di minoranza: nella missiva inviata a Padoan qualche giorno fa si ricorda che «il patrimonio netto di Crediop di pertinenza dei soci italiani, una risorsa scarsa per il settore bancario di tutti i Paesi, è pari a circa 400 milioni di euro e potrebbe assicurare, nel pieno rispetto del framework regolamentare di Basilea 3, una capacità creditizia aggiuntiva in Italia di circa 1 miliardo di euro l’anno». Ma anche da quel lato finora nessuno ha battuto un colpo.

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