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«Credem, pronti al risiko nel 2020»

«Sì, ci stiamo guardando attorno, anche se non c’è nulla di definito sul tavolo.Siamo disponibili a dialogare in una logica di consolidamento e il 2020, in questo senso, potrebbe essere l’anno giusto per vedere maturare qualcosa. Se non sarà così, però, nessun problema: abbiamo un posizionamento tale da poter continuare a crescere al meglio per linee interne come abbiamo fatto fino ad oggi». Nazzareno Gregori, direttore generale di Credem , detta la strategia della banca emiliana. Lo scenario in Italia, del resto, sembra propizio all’avvio di un risiko bancario che la Vigilanza Bce vede certo di buon occhio. E in un mercato, come quello del credito che da tempo si sta polarizzando tra banche in pesante crisi e istituti più performanti, il Credem spicca nella pattuglia dei soggetti più efficienti: per questo l’istituto si candida tra i possibili pivot del segmento delle banche medie con un focus su quelle medio-piccole. Merito di un’efficienza riconosciuta (e premiata) dalla stessa Bce: la Vigilanza di Francoforte ha collocato l’istituto di Reggio Emilia sul podio delle banche europee meno rischiose, assegnando un buffer aggiuntivo dell’1% sui requisiti patrimoniali, il livello più basso tra tra le oltre 100 banche commerciali europe. «È un risultato che premia la nostra governance, l’attenzione nella gestione e un modello di business efficiente ma che richiede anche investimenti».

Proprio la necessità di continuare a investire in persone e tecnologia – come la banca sta facendo da anni, tanto che il personale è cresciuto del 12 per cento in 10 anni – porta necessariamente a ragionare di economie di scala, anche valutando opportunità di crescita per linee esterne. «Il nostro modello di servizio, diversificato e multicanale, è efficace e completo – dice Gregori – ma l’obiettivo è crescere per aumentare ulterioremente la produttività e l’efficienza economica».

Fatta eccezione per le banche in situazioni critiche («è escluso un interesse per Popolare di Bari», chiosa Gregori), il radar è dunque acceso a 360 gradi verso il segmento delle banche minori, in particolare di «istituti in salute, che insistano in territori in cui siamo meno presenti e nello stesso tempo con maggiori possibilità di sviluppo. Penso alla Lombardia, al Piemonte, alla Romagna o al Veneto, ad esempio».

Non sono molte le banche rispondano a questi requisiti. L’incastro più lineare sarebbe con Banco Desio, banca con cui da tempo non a caso si rumoreggia di un possibile vicendevole interessamento, peraltro sempre smentito da entrambi. Una combinazione tra le due banche avrebbe senso per gli assetti di governance, visto che entrambe sono quotate e di proprietà prevalentemente famigliare (i Maramotti per Credem, i Lado-Gavazzi per Desio). Ma anche per motivi industriali e di minori sovrapposizioni, visto che sono attive su territori differenti. Di certo un matrimonio tra le due realtà non è scontato. Anche perchè la forza del Credem è tale da poter frenare i partner potenziali, che possono temere una perdita di autonomia. «Non siamo colonizzatori – dice Gregori – Siamo pronti a ragionare con altri soggetti lasciando spazio sul fronte della governance, e inoltre abbiamo un posizionamento tale da poter essere appetibili anche nella logica della creazione di valore, per noi come per la controparte. L’idea di fondo è di fare un’operazione di ampio respiro, con una logica industriale».

Si vedrà cosa succederà nei prossimi mesi. Vero è che la crescita per linee esterne non è l’unica opzione sul tavolo. La banca emiliana punta a proseguire nella strategia di incremento dei ricavi in linea con quanto fatto fino ad ora, sfruttando il modello omnicanale che abbraccia tutta la clientela, dai privati alle imprese. I ricavi sono attesi in crescita in particolare grazie ai servizi, dall’asset management alla bancassurance, in una fase in cui il margine di interesse, complice i tassi negativi, rimane un’arma spuntata per tutti. Nel contempo, il piede è sul pedale della crescita degli impieghi, attesa al 3,5% nel 2020 anche grazie alla spinta del Tltro3.

Sullo sfondo rimane il tema del dividendo. Il payout (al 35% circa) rimane ben al di sotto dei competitori più generosi, che distribuiscono tra il 50 e il 75% dell’utile. «Il nostro compito, come management, è quello di generare valore – dice il banchiere – mentre agli organi collegiali spetta decidere la quota da distribuire. Di certo, la scelta è coerente con il nostro profilo di ridotto di rischio del gruppo e di avere una dotazione patrimoniale solida, anche in una logica di crescita e di investimento». Un buyback è possibile? «La decisione spetta al Cda – conclude Gregori – ma potrebbe essere un tema da valutare in prospettiva».

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